ACQUE SILENZIOSE
 
Titolo originale: Khamosh Pani
Regia: Sabiha Sumar
Sceneggiatura: Paromita Vohra
Cast: Kirron Kher, Aamir Malik, Arshad Mahmud, Salman Shahid, Shilpa Shukla, Sarfaraz Ansari,Shazim Ashraf, Navtej Johar, Fariha Jabeen, Adnan Shah, Rehan Sheikh
Fotografia: Ralph Netzer
Montaggio: Bettina Boiler
Scenografie: Olivier Meidenger
Costumi: Heike Schultz-Fademretht
Musiche: Madan Gopal Singh, Arshad Mahmud
Origine: Francia/Germania/Pakistan, 2003
Durata: 99’

 

 

Ayesha è una vedova di mezza età che vive con suo figlio, Saleem, in un piccolo villaggio del Punjab pakistano, Charki. Riesce a sopravvivere grazie alla pensione del marito e alle lezioni di Corano che impartisce alle ragazzine.
Siamo nel 1979 ed in Pakistan si cominciano ad avvertire i primi cambiamenti sociali e politici dovuti al processo di progressiva islamizzazione ormai in atto in tutto il Paese. Anche Saleem si lascia coinvolgere sempre di più da un gruppo di fondamentalisti islamici e Ayesha ne è molto preoccupata. La situazione degenera quando alcuni pellegrini Sikh provenienti dall’India affluiscono nel villaggio. Tra questi c’è un uomo che cerca disperatamente la sorella Veero, rapita nel lontano 1947. L’incontro con quest’uomo risveglierà in Ayesha tristi ricordi…
Vincitore del Pardo d’oro al Festival di Locarno 2003, “Acque silenziose” è ispirato a fatti realmente accaduti nel 1947, quando il subcontinente indiano venne diviso in due nuovi stati, l’India e il Pakistan ed ebbe inizio un periodo di intense violenze. La pace tra mussulmani e Sikhs,che avevano sempre vissuto fianco a fianco nel Punjab, venne compromessa e gli uomini mussulmani cominciarono a rapire le donne Sikh, mentre gli uomini Sikh quelle mussulmane. Le donne rapite venivano sistematicamente violentate, vendute e a volte uccise, e alcune di loro finirono con lo sposare i loro rapitori. E la storia di Ayesha nasce proprio sulla base di questi tristi eventi. Un film di forte denuncia dunque ma che non rinuncia ad analizzare tutta una società attraverso lo sguardo di una donna che ha subito violenze e soprusi ma che è riuscita a riconciliarsi con una vita che non ha scelto. Una donna che non ha potuto scegliere di essere se stessa ma che è stata costretta a convertirsi alla religione dei propri rapitori, a partorire e crescere figli in un Paese non suo e a nascondere un passato che l’ha segnata per sempre. E la vulnerabilità di Ayesha è la vulnerabilità di tante altre donne, tutte quelle donne che hanno conosciuto il suo stesso destino. E non solo in Pakistan ma in Bosnia, in Kossovo, nello Sri Lanka, in Afghanistan, in Irak.
Un punto di vista personale ma che si erge ad emblema universale di una condizione, quella femminile, che ancora oggi continua a subire ingiustizie e sofferenze senza riuscire a godere della piena libertà che le spetta.

 

Marco Catola