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AFTERSCHOOL
Regia: Antonio Campos
Sceneggiatura: Antonio Campos
Cast: Ezra Miller, Jeremy White, Emory Cohen, Michael Stuhlbarg, Addison Timlin, Rosemarie DeWitt
Fotografia: Jody lee Lipes
Montaggio: Antonio Campos
Costumi: Catherine Akana
Scenografia: Kris Moran
Musiche: Gaël Rakotondrabe
Origine : USA, 2009
Durata: 120’
Distribuzione: Bolero Film
Uscita in sala: 19 febbraio 2009
Numero di sale: 7
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Al suo primo lungometraggio, il giovane Antonio Campos, classe 1983, fotografa in maniera dolente e realistica, sull’onda della lezione cinematografica e ideologica del Gus Van Sant di Elephant e Paranoid Park, l’ipocrisia e il finto perbenismo della middle-class americana sempre pronta al vittimismo senza mai accettare le proprie responsabilità e la dura realtà dei fatti.
Attraverso lo sguardo disincantato e indagatore di un adolescente solitario e complesso come il protagonista Robert- nota di merito per il giovanissimo Ezra Miller che lo incarna-, il regista penetra nelle dinamiche di una scuola privata del bigotto New England, sconvolta dalla morte violenta di due sorelle gemelle morte per aver fatto uso di cocaina contenente del veleno per topi, di cui il nostro protagonista è testimone involontario mentre sta facendo delle riprese con la sua telecamera per un compito scolastico.
Sulla base di questo disgraziato evento, la pellicola, presentata con successo lo scorso anno al Festival di Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, si concentra su un discorso meta-cinematografico nel quale il protagonista da osservatore diventa osservato, cosicché l’occhio esterno della macchina da presa segue i personaggi in maniera soffocante attraverso l’uso di primissimi piani con una minuziosa ricerca di particolari, tanto da creare e cercare un effetto di deformità realistica e claustrofobica nei dettagli comportamentali. Questa di Campos è una scelta coraggiosa, impervia, difficile che determina una voluta visione disturbante nello spettatore e lo porta a riflettere sotto prospettive diverse sulla vastità di temi universali e contemporanei a lungo dibattuti. Afterschool mette, così, tanti argomenti in ballo, forse troppi per poter essere sviluppati del tutto nelle due ore della pellicola, che paradossalmente appare troppo lunga a causa della scelta stilistica adottata compiacendosi nella sottolineatura eccessiva di alcuni passaggi e tralasciandone altri che appaiono incompiuti. Sorvolando sul sottile ma non dimenticabile dettaglio di una emulazione tout-court di Van Sant, se si fosse concentrato su un prosciugamento narrativo e una maggiore attenzione ai dettagli questo interessante film avrebbe potuto ottenere risultati di gran lunga superiori, ma considerandolo sotto il valore d’acquisito dell’opera prima a basso budget, Afterschool ha sicuramente un valore non comune. Nondimeno, il lavoro del giovane regista che si è fatto le ossa dirigendo oltre venti cortometraggi, porta alla luce con integrità e sincera partecipazione un’America contraddittoria nella quale il maniacale controllo attraverso telecamere e strumenti tecnologici di comunicazione portano per induzione ad una solitudine ancora più drammatica ed inquietante di quanto non fosse mai accaduto in passato. Una generazione, cosiddetta Y, nella quale le case farmaceutiche hanno preso possesso e controllo delle emozioni, delle sensazioni e dell’intimità della vita di una classe sociale inscatolata e confezionata nella prigione dei propri comuni comportamenti con adulti distratti dai loro mediocri, meschini atti di egoismo (perfetto a tal riguardo il ritratto del preside interpretato da Michael Stuhlbarg, scoperto grazie al ruolo da protagonista in A Serious Man) e giovani persi in un limbo nel quale non è loro consentito di ragionare autonomamente, fenomeno che se trova una qualche forma di seme viene stroncata sul nascere.
Erminio Fischetti
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