Amorfù

Regia: Emanuela Piovano
Sceneggiatura: Emanuela Piovano
Interpreti: Sonia Bergamasco; Ignazio Oliva; Luigi Diberti; Barbara Mautino; Mita Medici
Fotografia: Alessio Gelsini Torresi
Montaggio: Paolo Benassi
Musica: M. Gianluca Podio
Origine: Italia 2003
Durata: 87’
Sito: www.amorfu.it



Il desiderio di Elena, una giovane specializzanda in psichiatrica, è aiutare i malati di mente a reinserirsi nella società e a ritrovare una vita normale. Nella clinica presso la quale lavora il caso più disperato è sicuramente quello di Fausto, un giovane musicista ricoverato più volte a forza, che rifiuta ogni forma di coinvolgimento nelle attività terapeutiche del gruppo seguito da Sonia. Proprio per questa sua caratteristica di “paziente irrecuperabile” Sonia si appassiona al caso di Fausto, sacrificando addirittura la propria vita personale, fino a quando al rapporto paziente dottore si sovrappone una storia d’amore malata, tra due esseri fragili e disperati.
La torinese Emanuela Piovano, al quarto lungometraggio dopo Le rose blu, L’aria in testa e Le complici, realizza con Amorfù il suo film meno riuscito ma anche il più pretenzioso perché tocca un tema delicato come il rapporto psichiatra/paziente con la delicatezza di un elefante.
Ad una sceneggiatura banale e veramente superficiale, si parla di psichiatria ma la regista non sembra aver speso più di un minuto per documentarsi sulle malattie mentali, si aggiunge una regia pretenziosa che abbonda in virtuosismi che dovrebbero rendere i sentimenti dei protagonisti ma finiscono per irritare lo spettatore già messo a dura prova da una storia d’amore che non coinvolge, fredda come il ghiaccio e noiosa come una giornata di pioggia. I due protagonisti, sicuramente non aiutati dalla regia insicura e da dialoghi ai limiti del ridicolo, restano schiacciati dall’assurdità della storia ed offrono una prova sicuramente al di sotto della sufficienza. Sonia Bergamasco, nei panni di una psichiatra del tutto priva di etica professionale e forse più “pazza” dei suoi pazienti, resta bloccata in due sole espressioni, una felice e l’altra arrabbiata, mentre Ignazio Oliva recita fastidiosamente sopra le righe, come se bastassero due occhi sgranati per delineare una mente malata.

Anna Lai