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Il desiderio di Elena,
una giovane specializzanda in psichiatrica, è aiutare
i malati di mente a reinserirsi nella società e a ritrovare una
vita normale. Nella clinica presso la quale lavora il caso più disperato è sicuramente
quello di Fausto, un giovane musicista ricoverato più volte a
forza, che rifiuta ogni forma di coinvolgimento nelle attività terapeutiche
del gruppo seguito da Sonia. Proprio per questa sua caratteristica di “paziente
irrecuperabile” Sonia si appassiona al caso di Fausto, sacrificando
addirittura la propria vita personale, fino a quando al rapporto paziente
dottore si sovrappone una storia d’amore malata, tra due esseri
fragili e disperati.
La torinese Emanuela Piovano, al quarto lungometraggio dopo Le rose blu,
L’aria in testa e Le complici, realizza con Amorfù il suo
film meno riuscito ma anche il più pretenzioso perché tocca
un tema delicato come il rapporto psichiatra/paziente con la delicatezza
di un elefante.
Ad una sceneggiatura banale e veramente superficiale, si parla di psichiatria
ma la regista non sembra aver speso più di un minuto per documentarsi
sulle malattie mentali, si aggiunge una regia pretenziosa che abbonda
in virtuosismi che dovrebbero rendere i sentimenti dei protagonisti ma
finiscono per irritare lo spettatore già messo a dura prova da
una storia d’amore che non coinvolge, fredda come il ghiaccio e
noiosa come una giornata di pioggia. I due protagonisti, sicuramente
non aiutati dalla regia insicura e da dialoghi ai limiti del ridicolo,
restano schiacciati dall’assurdità della storia ed offrono
una prova sicuramente al di sotto della sufficienza. Sonia Bergamasco,
nei panni di una psichiatra del tutto priva di etica professionale e
forse più “pazza” dei suoi pazienti, resta bloccata
in due sole espressioni, una felice e l’altra arrabbiata, mentre
Ignazio Oliva recita fastidiosamente sopra le righe, come se bastassero
due occhi sgranati per delineare una mente malata.
Anna Lai
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