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Emanuela,
una ragazza di Sestu in provincia di Cagliari, che non sognava di indossare
la divisa e di impugnare la pistola, diventa la scorta di Borsellino,
insieme ad altri ragazzi: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Cosina,
Antonio Vullo e Claudio Traina. Con il compito di proteggere il procuratore
aggiunto di Palermo, anche a costo della propria vita, i sei ragazzi della
scorta "Quarto Savona 21" trascorrono gli ultimi 57 giorni,
che separano la strage di Capaci da quella di via D'Amelio, con coraggio,
tanta voglia di vivere, ma sempre coscienti del rischio che grava sul
proprio destino.
Dedicato
alle vittime della mafia, "Gli angeli di Borsellino" è
tratto dal libro omonimo scritto da Ugo Barbaro, Mirco Da Lio, Massimo
Di Martino e Paolo Zucca, giovani sceneggiatori, che hanno affiancato
con professionalità il regista Rocco Cesareo. Questi con discrezione
ha reso le parole in immagini, cercando di mediare, con efficacia, le
emozioni che sortivano dal romanzo. Il tema del film è molto toccante
e, soprattutto, incentrato su Emanuela Loi, unica donna tra i suoi colleghi
e, come loro, diventata una sorta di "cadavere ambulante". I
ragazzi cercano di assolvere il proprio compito con dovere, ma nulla può
fermare la mafia, l'organizzazione criminale più potente e più
spietata. Vivono la loro vita in bilico tra rassegnazione e la paura di
essere abbandonati ad un destino crudele. Il film trasmette questa emozione,
che , spesso è svilita da dialoghi superficiali, ma che, in alcuni
momenti, manifestano un maggior approfondimento, anche da parte degli
attori, quasi tutti provenienti dal teatro, con qualche esperienza nel
cinema ed in televisione. Le scene iniziali delle interviste fatte ai
famigliari delle vittime, commoventi ed emozionanti, impreziosiscono il
film, che tra l'essere o un documento o un sogno, rivela quel tragico
19 luglio 1992, che sembra voler fuggire via , portandosi con se tante
vite innocenti.
Grazia Monteleone
Intervista a Rocco Cesareo, Brigitta Boccoli, Emilia Catalano (madre
di Agostino Catalano), Roberto Sgarra (relazioni estere Polizia di Stato),
Ugo Barbara, Tony Garrani, Pino Insegno, Francesco Guzzo
Alla conferenza stampa era presente anche Emilia Catalano, madre del caposquadra
della scorta al giudice Borsellino che, tra le lacrime, ha letto una poesia,
dedicata alle vittime del recente attentato in Iraq e ha chiesto anche
un minuto di silenzio per loro.
R. C.: "Noi
abbiamo cercato di fare un gioco di squadra. Quello del film è
un tema molto caldo e gli eventi di questi giorni lo testimoniano ancor
di più. Abbiamo avuto uno scambio con i parenti delle vittime,
che è stato molto proficuo. Il mio lavoro di regista non cerca
di strumentalizzare nessuno, parlando di una ferita".
B.B.: "Ringrazio il distributore e Rocco Cesareo per avermi fatto
interpretare il ruolo di una ragazza semplice. Ho cercato di fare il meglio
possibile, in modo tale da trarre fuori i sentimenti: la verità,
la semplicità".
D.: Com'è nato il progetto? Qual è il legame tra questo
film e gli eventi che stiamo vivendo? Sembrano due cose diverse, o, forse,
no?
R. C.: "Rispondo da comune cittadino con sentimenti. Ho pianto per
ciò che è successo in Nassiria e per la testimonianza d'affetto
che il nostro popolo sta dimostrando. I due eventi sono opposti, due tragedie
che si prestano a varie interpretazioni. Lavorando a questa sceneggiatura,
ho provato a capire cosa vuol dire fare questo lavoro e portare, realmente,
un contributo. Mi rendo conto di come queste vittime rischiano di passare
inosservate. Questa vicenda mi ha fatto capire che occorre unità.
Bertold Brecht ha scritto: "Beata la terra senza eroi" ed io
sono d'accordo, ma occorre un'attenzione costante. Rispondendo alla prima
domanda, premetto che conosco da anni il lavoro di Ugo Barbara, Mirco
Da Lio, Massimo Di Martino (che non è qui presente) e Paolo Zucca,
e lo apprezzo molto. Ho letto la sceneggiatura e mi è subito piaciuta,
perché era fresca, genuina, non retorica e senza riferimenti politici.
Raccontava la storia di una ragazza e di ragazzi d'oggi. I tempi per la
realizzazione sono stati brevi grazie anche a Giovanni Clemente che mi
ha aiutato. Le riprese sono state fatte a Roma, più alcuni esterni
e sono durate sette settimane".
D.: Quanto può lenire il fatto di essere la madre di Agostino,
un eroe? L'ha aiutata a sopportare il dolore della perdita?
E. C.: " Quando ti muore un figlio è come se ti strappassero
il cuore. Io non sapevo che lui faceva la scorta al giudice Borsellino.
L'ho scoperto solo il giorno della strage".
R. S.: "Questo è normale, molti colleghi non dicono nulla
a casa per non far preoccupare i loro cari. E penso che ciò sia
un pregio in più di tali ragazzi".
E. C.: "Io mi associo al dolore dei famigliari dei carabinieri morti
nella strage a Nassiria e vorrei dire loro che il sacrificio dei loro
cari non sarà vano, come non lo è stato quello del 19 luglio
1992. Lavoriamo insieme per la vita e per l'amore. Vorrei chiedervi un
minuto di silenzio per loro".
R. C.: "Entrando dentro il cuore di queste persone, ho capito che
la tragedia del 1992 mi apparteneva. Era come fare un viaggio nel dolore.
Un paese, senza etica, che dimentica i suoi eroi, muore. Occorre portare
nelle scuole questo messaggio. Non esiste solo "L'isola dei famosi"!
Per me il film è stato un impegno etico. Vorrei leggervi una frase
scritta dalla signora Catalano nel suo libro "Dal cuore di una madre"
molto bella, che mi ha colpito molto: "Anche un sorriso è
importante e fa bene a chi lo riceve e, soprattutto, a chi lo dà"."
D.: Quanta verità e quanta fiction c'è nella sceneggiatura?
U. B.: "Il libro a cui ci siamo ispirati "La ragazza poliziotto",
che narra la vicenda di Emanuela Loi, è fedele alla storia reale
di lei. Abbiamo notato che bisognava scrivere la storia di tutti e abbiamo
aggiunto degli elementi per dare ritmo al film. Quello che è rimasto
inalterato è il clima di sospetto, paura, che, poi, ha dato vita
alle manifestazioni popolari di quella estate del 1992. Nella realtà
Emanuela Loi era arrivata solo due giorni prima dell'attentato, invece,
noi l'abbiamo inserita prima per raccontare la storia di un gruppo".
T. G.: "La frase di Borsellino: "Vorrei lasciarvi uno spiraglio"
è vera. Era una forma di rispetto nel lavoro degli altri. Lui sapeva
di essere nel mirino della mafia e che, presto, lo avrebbero ucciso, così
aveva manifestato la volontà di avere dei momenti di solitudine,
nei quali gli attentatori avrebbero potuto colpirlo, senza uccidere i
ragazzi della scorta. Ciò che mi ha attratto del film è
che questo è anti-retorico: mostra dei ragazzi che non avevano
intenzione di morire, ma quando si sono trovati lì sono andati
fino in fondo. Mi pare che sia stato Camilleri a scrivere che la strage
di Borsellino e Falcone sono stati per l'Italia quello che le Twin Towers
sono state per gli Stati Uniti, ed è vero. Dopo l'uccisione di
Falcone e Borsellino è cambiato il punto di vista della gente e
delle istituzioni".
P. I.: "I grandi eventi insegnano. L'11 settembre ha fatto capire
a tutti che siamo vittime. Questi grandi eventi dobbiamo tenerli più
vivi. Questo film non è americano: non ci sono pallottole, bombe.
Tutti noi ci siamo impegnati per far trasparire le emozioni".
D.: Si è parlato di perdono ed intervento dello Stato per le famiglie.
Lei è riuscita a perdonare gli assassini ed ha avuto un appoggio
dalle istituzioni?
E. C.: "In questi undici anni, non ho avuto nulla dallo Stato. Quello
che ho fatto per dimenticare la morte di Borsellino e dei ragazzi, l'ho
svolto di mia iniziativa. Sono stata tra i giovani nelle scuole per rimembrare
il loro ricordo e per parlare di legalità, perché non c'è
pace senza di essa, come non c'è legalità senza lavoro.
Questo chiediamo ai politici".
D.: Conosco Palermo e la sua realtà. Non mi sembra, nonostante
i propositi, che le cose siano cambiate molto!
F. G.: "Non è cambiato nulla. Dopo alcuni anni d'inerzia,
tutto è tornato come prima e lo Stato non c'è più".
D.: Con la mafia bisogna convivere?
F. G.: "A questa domanda devo pensarci. Comunque, Sciascia diceva
che non è vero che il bene sta da una parte e il male dall'altra".
D.: Come è stato costruito il personaggio di Borsellino?
T. G.: "Dalla Rai mi sono fatto dare un po' di materiale per capire
com'era Borsellino. Ne è venuto fuori che era un uomo molto palermitano,
difficile, non radioso come Falcone. Era un uomo di destra ed aveva, sempre,
gli occhi tristi. Nelle prime interviste ho notato che era motivato nel
suo lavoro, mentre nell'ultima intervista traspariva la rabbia di un uomo
che ha visto morire i suoi amici. Sapeva che il tempo stringeva e questo
mi ha fatto tremare".
D.: A chi fa riferimento il pentito Palmara?
R. C.: "Fisicamente può ricordare qualche personaggio, ma
l'importante non è chi è, ma chi rappresenta. Nel film ci
sono due modi diversi di intendere la realtà, che finiscono per
attrarsi, anche se Borsellino non ne era attratto".
U. B.: "Il pentito esiste e non si chiama Palmara. Il nome non lo
dirò, perché il processo è ancora aperto. Nel film
è vero il ritrovamento delle armi e la caccia alla talpa, a cui
avevano partecipato, in quel periodo, un po' tutti, per capire chi aveva
all'interno della Questura dato informazioni alla mafia".
Grazia Monteleone
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