L’AVVERSARIO

Regia: Nicole Garcia
Sceneggiatura: Jacques Fieschi; Nicole Garcia; Frédéric Bélier-Garcia
Interpreti: Daniel Auteuil; Géraldine Pailhas; François Cluzet; Emmanuelle Devos; Bernard Fresson; François Berléand
Origine: Francia 2002
Durata: 129’
Sito: www.nexoclub.it

 

 

L’avversario, tratto dal best-seller di Emmanuel Carrère, basato a sua volta su un sanguinoso fatto di cronaca, racconta la storia di Jean-Marc Faure (pseudonimo di Jean-Claude Romand) un uomo tranquillo, sposato e padre di due figli, con una brillante carriera professionale come medico presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Una serena famiglia borghese costruita però su uno spaventoso inganno; per ben 18 anni Jean-Marc non ha fatto altro che recitare una parte, un ruolo concepito con cura meticolosa, partendo dalla falsa laurea in medicina fino al prestigioso posto di ricercatore presso l’O.M.S., soltanto per non deludere le aspettative dei suoi cari. Quando il cumulo di menzogne, costruito fin dai tempi dell’università, inizia a crollare Jean-Marc incapace di sopportare la vergogna per il proprio fallimento ma soprattutto di affrontare lo sguardo deluso dei suoi familiari e sopportare il loro dolore per la scoperta della verità, uccide moglie, figli, i propri genitori e poi tenta il suicidio.
La macchina da presa di Nicole Garcia accompagna Jean-Marc nelle sue lunghe e solitarie giornate senza voler dare spiegazioni, si limita ad osservarne i comportamenti mentre ascolta con attenzione una conferenza sull’Aids oppure mangia tristemente un panino in macchina sotto la pioggia battente, testimone silenziosa della sua determinazione nel voler essere un altro. Il dramma del protagonista è tutto nel volto, volutamente inespressivo e mediocre, di Daniel Auteil che riesce a rendere, con toni estremamente contenuti, tutto il disagio di un uomo che soffre per la consapevolezza di sentirsi incapace di realizzare quello che gli altri si sono sempre aspettati da lui.
La scelta della regista di presentare la storia partendo dalla fine, pur non essendo originale riesce a raggiungere l’effetto voluto trasferendo sullo spettatore l’inquietudine delle domande su come abbia potuto il protagonista portare avanti per 18 lunghi anni la sua falsa identità mentendo a familiari, amici, vicini, e su come sia possibile che questi, a loro volta, non abbiano mai sospettato nulla, non si siano mai posti delle domande.

Anna Lai