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BELLA
Regia: Alejandro G. Monteverde
Sceneggiatura: Alejandro Gomez Monteverde, Patrick Million
Cast: Eduardo Verastegui, Tammy Blanchard, Manuel Perez, Ali Landry, Angelica Aragon, Jaime Tirelli
Fotografia: Andrew Cadelago
Montaggio: Fernando Villena e Joseph Gutowski
Musica: Stephan Altman
Scenografia: Susan Ogu
Costumi: Eden Miller
Distribuzione: Digital Network Microcinema e ACEC
Origine: Messico/USA, 2006
Durata: 93’
Data di uscita: 26 gennaio 2010
Numero di copie: 5
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Non è servito a molto il People's Choice Award conseguito nel 2008 al Toronto Film Festival perché il film Bella trovasse una collocazione regolare e dignitosa nella nostre sale cinematografiche. E neppure un breve ma incisivo passaggio al Fiuggi Family festival di quest’estate. Ormai accade sempre più spesso che film piccoli ed indipendenti vengano penalizzati dalle ferree regole del mercato e della distribuzione mainstream. Bella è del 2006 e in Italia esce con un ritardo di ben quattro anni e solo grazie a Microcinema che, in collaborazione con ACEC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema), è riuscito a distribuirlo nelle principali città italiane.
Bella è il primo lungometraggio di Alejandro Gomez Monteverde, giovane regista messicano che per il suo esordio su grande schermo dopo importanti cortometraggi ha scelto di realizzare un film a basso costo in poco più di tre settimane usando come location la multietnica New York. Si tratta di un film indipendente in coproduzione con gli Stati Uniti, primo probabilmente di una carriera che si preannuncia interessante se si pensa agli esordi di un altro regista messicano oggi consacrato al successo proprio negli Stati Uniti come Alejandro Gonzalez Iñárritu. Certo se si fa un confronto tra i due l’approccio alla materia filmica è decisamente opposto ma sembra accomunarli quello stesso senso di appartenenza alla difficile realtà latinoamericana in terra straniera.
Per Monteverde, come anche per Iñárritu, la vita è fatta di attimi, attimi che possono drasticamente cambiarla. In Bella un tragico incidente stradale cambia per sempre la vita del calciatore di successo José (proprio come succedeva a Naomi Watts in 21 grammiche si vedeva privata dei suoi affetti a causa di un pirata della strada)ma mentre in Iñárritu il senso della morte prevale su tutto qui è l’esatto contrario. È la vita che la fa da padrona. Josè ha lasciato il mondo del calcio e lavora come chef nel ristorante del fratello Manny. Si è lasciato andare, è sciatto e ha una barba lunga che non a caso lo fa assomigliare ad un novello Cristo messicano in cerca di redenzione (nell’incidente stradale ha ucciso una bambina). E se è vero che le strade del Signore sono infinite l’occasione per redimersi da un passato ingombrante gli arriva quando Nina, la graziosa ma insofferente cameriera del suo ristorante, viene licenziata per l’ennesimo ritardo. Josè si sente da subito vicino alla sfortunata ragazza che tra le altre cose scopre pure di essere incinta. Ma quello che lo avvicina a lei non è l’amore cioè non l’amore inteso in senso romantico (sebbene il continuo gioco di sguardi tra i due potrebbe farlo supporre). No si tratta di amore nel senso più ampio del termine, di amore cristiano. Come in una congiunzione di due lune è la condivisione della sofferenza che li unisce. Il loro è un affetto innato e disinteressato, quasi fraterno. Monteverde insiste forse più sul melò proprio come Iñárritu insiste più sul dramma. Ne esce fuori uno squarcio piuttosto edulcorato ed edificante del microcosmo messicano (ma più in generale latino americano) in terra straniera. C’è quasi una sorta di eroicizzazione dell’identità latina sempre pronta al sacrificio in nome della famiglia e della solidarietà. Non a caso per farle capire il vero valore della vita Josè porta Nina a conoscere la sua famiglia “allargata” di messicani trapiantati a New York, tutti onestissimi e pieni di speranza (e fin troppo sorridenti). Lui diventa portatore di vita nonostante nell’incidente abbia causato la morte di una bambina innocente e lei che ha in grembo il seme della vita diventa portatrice di morte in quanto decisa ad abortire. L’incontro tra i due non potrà che essere una sorta di nemesi per entrambi. Per José sarà la redenzione e l’affrancamento da un passato di morte che non gli lasciava più via di scampo e per Nina sarà la possibilità di realizzare un presente (e un futuro) in nome della vita. Con una linearità senza intoppi (che si discosta quindi dalla costruzione ad incastro e dai salti temporali tipici del cinema di Iñárritu) Monteverde conduce le sue microstorie esistenziali verso un esito rassicurante e prevedibile, tralasciando di affondare i colpi nella vera sofferenza di entrambi i suoi personaggi e preferendo lasciarsi andare ai facili stereotipi (il film inizia e finisce sulla spiaggia con aquiloni in volo a cielo aperto).
Un esordio in ogni caso delicato ed intimista, forse troppo intriso di buoni sentimenti, ma che lascia ben sperare per il futuro di un nuovo autore che ha ben chiare le peculiarità della sua poetica e del suo cinema.
Marco Catola
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