BETTY FISHER E ALTRE STORIE

Regia: Claude Miller
Sceneggiatura: Claude Miller, Sylvie Koechlin
Cast: Sandrine Kiberlain, Nicole Garcia, Mathilde Seigner, Luck Mervil, Edouard Baer, Stéphane Freiss, Yves Jacques
Origine: Francia/Canada, 2002
Durata: 103



Una didascalia ci mette in guardia dalla porfiria, una malattia causata dall'eccesso di porfirina nel sangue che rende scostanti, intrattabili e a volte violenti. Su un treno una donna, in preda ad un raptus di porfiria, conficca le forbici nella mano della propria figlia. La bambina è ormai cresciuta, è diventata una scrittrice di successo e a sua volta madre. Questa bambina/donna è Betty Fisher. Dopo questa sorta di prologo, in cui già si intravedono i primi schizzi di un quadro lacerato e lacerante con al centro il rapporto madre-figlia, il film sputa fuori come un vaso di Pandora le storie di tutti i personaggi che ruotano vorticosamente attorno a Betty Fisher, apparentemente senza un legame, in realtà strettamente concatenati tra loro. La storia di ogni singolo personaggio viene presentata come in una narrazione ad episodi (la storia di Joseph, la storia di José, la storia di Edouard, la storia di Carole…) che poi confluisce ciascuna nella storia/vita di Betty. La struttura è volutamente asimmetrica, crea confusione e devia il percorso narrativo verso un disordinato caos emozionale. Un ventaglio di sensazioni, situazioni, facce e corpi che si dispiega su un tessuto palpitante e sregolato. L'amore di una giovane madre, sola contro le avversità di tutto un mondo arido e sterile. Il piccolo figlio di Betty muore cadendo dalla finestra. La sua vita sembra ormai finita ma ecco che la follia di un destino malsano le apre una porta e starà a lei decidere se varcarla e salvarsi o richiuderla dietro di sé e lasciarsi morire. Tutti i personaggi sono privi di amore (c'è chi non ama il proprio figlio e anche di fronte alla sua presunta morte non prova nulla e continua a vivere come se niente fosse, c'è chi ama solo se stesso e antepone il successo alla famiglia entrando addirittura in competizione con la moglie, c'è chi fa sesso senza amore e cerca solo di arricchirsi arrivando anche a vendere la casa di un'amante, c'è chi è roso da un'incontrollabile gelosia e non riesce ad amare ma solo ad odiare), tutti tranne Betty…Ed è forse proprio per questo che Miller, che ha adattato insieme a Silvie Koechlin il romanzo di Ruth Rendell, "The tree of hands", opta per un finale "positivo" ma non buonista né tanto meno politically correct. Miller non prende una vera posizione, si limita a raccontare il gioco del destino ma certo tutto parte dal gesto di una pazza (la madre psicotica di Betty rapisce un bambino e lo sostituisce al nipotino morto) e finisce con la scelta di una madre di amare al di là del legame di sangue.

Marco Catola