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Sì,
avete letto bene, nel cast c'è pure Brian Adams! E aggiungerei
un bel purtroppo. No, non detesto Brian Adams anzi lo trovo simpatico
ma qui siamo in Cecenia, c'è la guerra e il titolo fa riferimento
ad un manicomio, la casa dei matti appunto. Ora io pensavo che fosse il
tocco del genio, nel senso: "stai a vedere che Konchalovsky ti trasforma
così bene Brian Adams in un matto che quasi stento a riconoscerlo!",
finalmente un vero regista che, come si usava una volta, lavora sugli
attori. Sì, ma de che? Nella truppa dei folli, tutte pietose macchiette
da circo che neppure fanno ridere da quanto sono banali, mr Adams non
c'è e infatti lui fa se stesso!!! Mi spiego meglio, la protagonista,
che, guarda caso, è una figa da paura (nonché compagna del
regista!) ma parla come Gatto Silvestro!, è una internata con la
fissa per il cantante canadese e se lo sogna ogni minuto. Allora, ci sono
bombe a destra e a manca, morti e sangue dappertutto, pazzi che urlano
e ridono, tutti che parlano russo e, ad intervalli più o meno regolari,
Adams che canta le sue canzoncine rockpop come in un videoclip. Non lo
so, fate un po' voi
E poi scusate ma il parallelismo tra la follia
della guerra e la follia dei malati di mente, come a dire:"Ma chi
sono i veri pazzi, qui?", sinceramente è troppo datato! E
infine mi chiedo: " Ma la gran figa protagonista è pazza in
quanto senza rotelle o in quanto fan di Brian Adams?". Il dubbio
resta.
Marco Catola
Intervista
ad Andrej Konchalovsky
Il nonno
e il bisnonno erano pittori famosi, sua madre una celebre poetessa, suo
padre un drammaturgo rinomato. Andrej Koncalovskij, classe 1937 e due
splendidi occhi grigi, non ha tradito l'impronta familiare e, una volta
abbandonati gli studi di pianoforte, ha dedicato tutto se stesso al culto
della 7°arte, in compagnia del fratello Nikita Mikhalkov e del suo
vecchio compagno di studio Andrei Tarkovsky. Prima in Russia, poi in America,
oggi proiettato sempre più sull'Europa, Koncalovskij ha realizzato
negli ultimi anni una dozzina di film importanti (tra cui Maria's Lovers,
A 30 secondi dalla fine, Tango e Cash, Il proiezionista) e molti lavori
per la televisione, il teatro, l'opera. Lo abbiamo incontrato a Roma,
in occasione del lancio del suo ultimo film, "La casa dei matti",
una pellicola ambientata al confine tra Russia e Cecenia nell'ormai lontano
anno di guerra 1996.
Lei è
tornato a lavorare in Russia dopo aver lavorato per tanti anni a Hollywood
"Io mi sento sempre a casa, nei luoghi in cui mi amano e posso lavorare.
Ma è arrivato un momento in cui volevo raccontare cose che conosco
meglio di altre, il mio paese per esempio, che sento e capisco profondamente.
Ma di film sulla Russia non ce ne sono tanti: per questo sono tornato.
Non voglio più lavorare ad Hollywood perché sono convinto
che farei film poco interessanti, con ingredienti sempre uguali, di plastica."
Cosa ha
imparato a Hollywood, dagli americani?
"Loro hanno un'eccezionale conoscenza del mestiere, la capacità
di fare film non noiosi, il rispetto per le professionalità che
vengono messe in campo e il denaro che viene speso.
Ma non bisogna parlare di America e Hollywood come se fossero la stessa
cosa."
Cosa pensa
della guerra con l'Iraq, un conflitto che ogni giorno sembra più
vicino e che, di fatto, la Russia non riuscirà ad impedire?
"Non posso rispondere positivamente. Ma la guerra è un male
inevitabile: nel XXI secolo ci saranno più guerre che nel XX, anche
se non saranno guerre mondiali.
Se consideriamo l'Africa, L'America Latina e il Sud Est Asiatico, vedremo
che le guerre oggi sono paradossalmente più sicure perché
nessuno utilizza le armi nucleari, mentre è aumentato lo sviluppo
delle armi convenzionali e il numero delle vittime civili. Prima la paura
delle guerre mondiali tratteneva gli stati dall'aggressione reciproca.
Oggi non si fa più una politica di stati, ma quella del terrorismo,
che a suo modo, ha un programma politico serio.
L'antiamericanismo nasce dalla volontà americana di affermare i
propri ideali e il proprio stile di vita in tutto il mondo. La caduta
del muro di Berlino in qualche modo ha rappresentato il momento di maggiore
affermazione del modello della civiltà occidentale. Ma per affermare
quel modello e poterlo diffondere, dovremmo avere risorse da almeno altri
4 pianeti. Che in Oriente poi si diffonda il progresso e la democratizzazione
è un'ingenua illusione. La cosa da capire invece è che è
necessario abbassare il nostro tenore di vita per condividere con gli
altri quello che abbiamo."
Nel film
c'è una battuta che recita più o meno così: nella
guerra ciò che conta non è la vittoria, ma la morte".
Vuole commentarla?
"Posso aggiungere che non esistono persone normali che vogliano morire.
La mancanza della paura della morte è il primo indice di insanità.
Tutti i soldati che rientrano dalla guerra hanno sindromi post trauma,
forme di schizofrenia o psicopatia: chi prova la paura della morte non
può più essere normale, soprattutto quando non sa perché
combatte."
Cosa pensa
delle difficoltà produttive e distributive che incontrano gli autori
minori e cosa sta succedendo all'industria del cinema russa?
"Sicuramente la situazione più favorevole è in Francia,
dove lo Stato si preoccupa del cinema, dove io stesso mi sono recato per
trovare i produttori della "Casa dei matti", mentre in Italia
c'è stato un crollo dovuto soprattutto alla televisione. In Russia
invece la Perestroika ha distrutto il vecchio sistema statale, per cui
l'intero mercato è finito nelle mani dei privati, pochi russi disonesti
che accentrano nelle proprie mani tutto il denaro e che hanno attuato
una specie di capitalismo del XVI secolo. Il cinema russo, prima di utilizzare
le briciole concesse dal governo, dovrà attendere che si ricostituisca
un mercato."
Lei ha
dichiarato che "La casa dei matti" non è il film della
sua vita. Perché?
"Non le dirò mai quello che questo film non ha: il compito
di un regista è quello di nascondere i difetti, le cose non riuscite.
Un regista dunque è l'ultima persona con cui si può parlare
dei propri film, perché sono come i suoi figli. Le rivelazioni
che ho fatto sono solo sullo schermo.
Sto cominciando ora a capire me stesso, per questo credo di non aver ancora
realizzato il mio miglior film. L'attore Michail Cecov diceva che la ricompensa
per un artista è l'incontro con la propria individualità.
Credo che Tarkovsky e Kusturica abbiano trovato la propria individualità,
mentre io mi trovo ancora a vagare nell'oscurità
"
Francesca
Onorati
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