LA CASA DEI MATTI

Regia: Andrej Konchalovsky
Sceneggiatura: Andrej Konchalovsky
Cast: Julija Vysotskij, Sultan Islamov, Evgenij Mironov, Stanislav Varkki, Brian Adams
Origine: Russia/Francia, 2002
Durata: 104'

Sito: www.luce.it 


Sì, avete letto bene, nel cast c'è pure Brian Adams! E aggiungerei un bel purtroppo. No, non detesto Brian Adams anzi lo trovo simpatico ma qui siamo in Cecenia, c'è la guerra e il titolo fa riferimento ad un manicomio, la casa dei matti appunto. Ora io pensavo che fosse il tocco del genio, nel senso: "stai a vedere che Konchalovsky ti trasforma così bene Brian Adams in un matto che quasi stento a riconoscerlo!", finalmente un vero regista che, come si usava una volta, lavora sugli attori. Sì, ma de che? Nella truppa dei folli, tutte pietose macchiette da circo che neppure fanno ridere da quanto sono banali, mr Adams non c'è e infatti lui fa se stesso!!! Mi spiego meglio, la protagonista, che, guarda caso, è una figa da paura (nonché compagna del regista!) ma parla come Gatto Silvestro!, è una internata con la fissa per il cantante canadese e se lo sogna ogni minuto. Allora, ci sono bombe a destra e a manca, morti e sangue dappertutto, pazzi che urlano e ridono, tutti che parlano russo e, ad intervalli più o meno regolari, Adams che canta le sue canzoncine rockpop come in un videoclip. Non lo so, fate un po' voi…E poi scusate ma il parallelismo tra la follia della guerra e la follia dei malati di mente, come a dire:"Ma chi sono i veri pazzi, qui?", sinceramente è troppo datato! E infine mi chiedo: " Ma la gran figa protagonista è pazza in quanto senza rotelle o in quanto fan di Brian Adams?". Il dubbio resta.

Marco Catola

Intervista ad Andrej Konchalovsky

Il nonno e il bisnonno erano pittori famosi, sua madre una celebre poetessa, suo padre un drammaturgo rinomato. Andrej Koncalovskij, classe 1937 e due splendidi occhi grigi, non ha tradito l'impronta familiare e, una volta abbandonati gli studi di pianoforte, ha dedicato tutto se stesso al culto della 7°arte, in compagnia del fratello Nikita Mikhalkov e del suo vecchio compagno di studio Andrei Tarkovsky. Prima in Russia, poi in America, oggi proiettato sempre più sull'Europa, Koncalovskij ha realizzato negli ultimi anni una dozzina di film importanti (tra cui Maria's Lovers, A 30 secondi dalla fine, Tango e Cash, Il proiezionista) e molti lavori per la televisione, il teatro, l'opera. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione del lancio del suo ultimo film, "La casa dei matti", una pellicola ambientata al confine tra Russia e Cecenia nell'ormai lontano anno di guerra 1996.

Lei è tornato a lavorare in Russia dopo aver lavorato per tanti anni a Hollywood…
"Io mi sento sempre a casa, nei luoghi in cui mi amano e posso lavorare. Ma è arrivato un momento in cui volevo raccontare cose che conosco meglio di altre, il mio paese per esempio, che sento e capisco profondamente. Ma di film sulla Russia non ce ne sono tanti: per questo sono tornato. Non voglio più lavorare ad Hollywood perché sono convinto che farei film poco interessanti, con ingredienti sempre uguali, di plastica."

Cosa ha imparato a Hollywood, dagli americani?
"Loro hanno un'eccezionale conoscenza del mestiere, la capacità di fare film non noiosi, il rispetto per le professionalità che vengono messe in campo e il denaro che viene speso.
Ma non bisogna parlare di America e Hollywood come se fossero la stessa cosa."

Cosa pensa della guerra con l'Iraq, un conflitto che ogni giorno sembra più vicino e che, di fatto, la Russia non riuscirà ad impedire?
"Non posso rispondere positivamente. Ma la guerra è un male inevitabile: nel XXI secolo ci saranno più guerre che nel XX, anche se non saranno guerre mondiali.
Se consideriamo l'Africa, L'America Latina e il Sud Est Asiatico, vedremo che le guerre oggi sono paradossalmente più sicure perché nessuno utilizza le armi nucleari, mentre è aumentato lo sviluppo delle armi convenzionali e il numero delle vittime civili. Prima la paura delle guerre mondiali tratteneva gli stati dall'aggressione reciproca. Oggi non si fa più una politica di stati, ma quella del terrorismo, che a suo modo, ha un programma politico serio.
L'antiamericanismo nasce dalla volontà americana di affermare i propri ideali e il proprio stile di vita in tutto il mondo. La caduta del muro di Berlino in qualche modo ha rappresentato il momento di maggiore affermazione del modello della civiltà occidentale. Ma per affermare quel modello e poterlo diffondere, dovremmo avere risorse da almeno altri 4 pianeti. Che in Oriente poi si diffonda il progresso e la democratizzazione è un'ingenua illusione. La cosa da capire invece è che è necessario abbassare il nostro tenore di vita per condividere con gli altri quello che abbiamo."

Nel film c'è una battuta che recita più o meno così: nella guerra ciò che conta non è la vittoria, ma la morte". Vuole commentarla?
"Posso aggiungere che non esistono persone normali che vogliano morire. La mancanza della paura della morte è il primo indice di insanità. Tutti i soldati che rientrano dalla guerra hanno sindromi post trauma, forme di schizofrenia o psicopatia: chi prova la paura della morte non può più essere normale, soprattutto quando non sa perché combatte."

Cosa pensa delle difficoltà produttive e distributive che incontrano gli autori minori e cosa sta succedendo all'industria del cinema russa?
"Sicuramente la situazione più favorevole è in Francia, dove lo Stato si preoccupa del cinema, dove io stesso mi sono recato per trovare i produttori della "Casa dei matti", mentre in Italia c'è stato un crollo dovuto soprattutto alla televisione. In Russia invece la Perestroika ha distrutto il vecchio sistema statale, per cui l'intero mercato è finito nelle mani dei privati, pochi russi disonesti che accentrano nelle proprie mani tutto il denaro e che hanno attuato una specie di capitalismo del XVI secolo. Il cinema russo, prima di utilizzare le briciole concesse dal governo, dovrà attendere che si ricostituisca un mercato."

Lei ha dichiarato che "La casa dei matti" non è il film della sua vita. Perché?
"Non le dirò mai quello che questo film non ha: il compito di un regista è quello di nascondere i difetti, le cose non riuscite. Un regista dunque è l'ultima persona con cui si può parlare dei propri film, perché sono come i suoi figli. Le rivelazioni che ho fatto sono solo sullo schermo.
Sto cominciando ora a capire me stesso, per questo credo di non aver ancora realizzato il mio miglior film. L'attore Michail Cecov diceva che la ricompensa per un artista è l'incontro con la propria individualità. Credo che Tarkovsky e Kusturica abbiano trovato la propria individualità, mentre io mi trovo ancora a vagare nell'oscurità…"

Francesca Onorati