Cose di questo mondo

Titolo originale: In this world
Regia: Michael Winterbottom
Cast: Jamal Udin Torabi, Enayatullah
Sceneggiatura:Tony Grisoni
Produzione: Revolution Films
Origine: G.B., 2002
Distribuzione: Mikado
Durata: 90'
Sito: www.mikado.it

 


Peshawar, al confine con l'Afganistan. Due cugini, Jamal e Enayatullah, decidono di partire per Londra per sfuggire alle difficili condizioni di vita a cui sono costretti e cercare un futuro migliore.
Si uniscono così al milione di rifugiati che ogni anno mettono la propria vita nelle mani dei trafficanti di clandestini. Il viaggio si compone di varie tappe: dapprima attraversano la frontiera con l'Iran per raggiungere Teheran, poi oltrepassano le montagne del Kurdistan per arrivare in Turchia. Una volta ad Istanbul i due cugini devono affrontare la parte più difficile dell'intero viaggio: 40 ore chiusi all'interno di un container a bordo di un cargo, insieme ad altri profughi altrettanto disperati. Non tutti, purtroppo sopravvivranno. Giunto in Italia, Jamal campa come può, vendendo piccoli oggetti per pochi euro. Giunto in Francia, al campo profughi di Sangatte, resta da percorrere l'ultima tratta, nascosto dentro un camion diretto in Inghilterra.
Dopo "Welcome to Sarajevo" (1997) Michael Winterbottom torna ad occuparsi dei profughi di guerra, con stile lucido ma non distaccato. Il tema del viaggio della speranza, seguito fase dopo fase, potrebbe far pensare ad un documentario, ma la passione che il regista mette nell'accompagnare con la macchina da presa digitale l'odissea dei due protagonisti, rende questo lavoro tutt'altro che un asettico reportage. C'è la testimonianza dei momenti più duri, della paura e del rischio e la dimostrazione di come le cose cambino a distanza di pochi chilometri, quando, attraversata una frontiera, si è defraudati della propria identità. Vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino 2003, ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che dietro ogni straniero che giunge nella nostra terra in cerca di una vita migliore, c'è tutta una storia personale, ma uguale a tante altre: una storia fatta di sofferenze, stenti, ma anche di speranza e di ammirevole forza. Un film emozionante e indispensabile.

Simona Ottavo

Intervista a Michael Winterbottom

La storia del film è originata da un evento vero. Ma la storia dei due cugini è reale?
Non proprio.E' una storia derivata da altre vicende che ci hanno raccontato, a cui abbiamo aggiunto delle cose. Il ragazzo protagonista, Jamal, ha fatto realmente richiesta di espatrio in Inghilterra. Al momento è riuscito ad entrare a Londra, potrà rimanerci fino al compimento dei 18 anni.

I protagonisti sono tutti uomini. Che impressione avete avuto dell'universo femminile afgano?
Non abbiamo avuto molti contatti, ma l'impressione che abbiamo avuto è che sono abbastanza invisibili. La situazione comunque cambia da paese a paese. In Iran abbiamo visto donne che lavorano e che passeggiano tranquillamente per le strade.

Ora che c'è la guerra racconterà la situazione irachena?
E' difficile prevedere cosa mi interesserà in futuro. Ho girato questo film perché volevo raccontare un road movie, un film di viaggio, stimolato da storie interessanti che avevo ascoltato.

Aveva già girato "Welcome to Sarajevo", quindi è evidente il suo interesse per gli aspetti documentaristici. Lavorerà ancora così?
Ciò che mi interessa è che una storia abbia diversi livelli, cioè che ci sia un misto tra realtà e finzione. Non vorrei che fosse scambiato per un documentario, ho usato proprio per questo degli elementi prettamente cinematografici, come la colonna sonora.

Qual è stato il problema principale da affrontare durante le riprese?
Sicuramente durante il viaggio il problema principale è stato quello dei documenti. Forse se avessimo agito illegalmente le cose sarebbero state più facili, invece abbiamo seguito l'iter burocratico regolare e i tempi si sono allungati. Ma ricordo anche l'estrema gentilezza di tutte le persone con cui abbiamo avuto a che fare.

L'aspetto estetico è molto accurato nonostante la povertà dei mezzi…
Abbiamo girato con una macchina da presa digitale, molto piccola. E' un rischio, perché non si sa quale effetto avrà sul grande schermo. C'era il problema delle luci, abbiamo girato il meno possibile scene al buio. Volevamo essere il più possibile invisibili, anche i microfoni erano minuscoli.

Quale percorso avrà il film da Berlino in poi?
L'Italia è l'unico paese in cui uscirà assieme alla GB. In USA uscirà in seguito. In GB l'argomento profughi è molto presente, non solo adesso. Vengono visti come un problema, invece volevo raccontare cosa c'è dietro il loro arrivo, le disavventure che devono affrontare.

Quanto la guerra esaspera la capacità di accettare la diversità?
Dopo i bombardamenti i rifugiati aumenteranno, ovviamente l'atteggiamento negativo e l'intolleranza, purtroppo, sono destinati a peggiorare. In GB c'è chiusura mentale nei confronti dei rifugiati economici, cioè coloro che fuggono dal proprio paese a causa della povertà. Dovremmo chiederci cosa ci sia di male nel volere una vita migliore. Jamal , ad esempio, è un ragazzo sveglio e per la GB rappresenterebbe una risorsa importante.

Sta già pensando ad un nuovo film?
Sto montando una storia d'amore, si intitolerà "Codice 46". E' un'esagerazione su cosa ci attende in futuro, avremo tutti bisogno di un codice che ci identifichi, di documenti sempre più complessi.
L'idea è nata proprio in seguito alle difficoltà che abbiamo incontrato per "Cose di questo mondo".

Simona Ottavo