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DE REDITU Regia: Claudio
Bondì
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| Qualcuno
ha mai sentito parlare di Namaziano? Scommetto che pochi sanno chi era.
A me lo chiesero all'esame di maturità e io feci scena muta chiaramente.
Namaziano, invece, è un autore minore poco noto ma non per questo
meno importante. Devo essere sincero: dopo la figuraccia subita ai tempi
andai immediatamente a documentarmi. E sull'enciclopedia c'era scritto (lo
imparai a memoria!!!): Claudio Rutilio Namaziano (384-423) apparteneva ad una ricca famiglia proprietaria di latifondi in Gallia, nei pressi della città di Tolosa. Trascorsa l'infanzia in patria, seguì il padre nominato Governatore della Tuscia e dell'Umbria. Di cultura classica, percorse una carriera nelle istituzioni romane, fino a diventare Prefetto di Roma nel 413. Dopo le scorrerie dei Goti invasori, è costretto ad affrontare un viaggio per constatare i danni alle proprietà galliche di famiglia e a porvi rimedio. Il resoconto di questo viaggio, che si svolse per mare, probabilmente da Ostia a Massilia (Marsiglia) è raccolto nel poemetto "De reditu suo" (Itinerarium), in cui la descrizione geografica della costa italiana fino a Luni (Carrara), ove si interrompe il documento letterario pervenutoci, è occasione di spunti poetici e riflessioni filosofiche sulla caducità delle sorti umane. No, non vi voglio annoiare ma credo che il bistrattato Namaziano meriti un po'di più che un semplice trafiletto sui libracci di letteratura latina dei licei. E credo che il caro Bondì la pensi proprio come me visto che in tempi balordi come questi (per il cinema intendo) ha avuto il coraggio di portare sul grande schermo un personaggio storico così atipico e poco conosciuto. Il suo film è liberamente tratto da "De reditu" e narra le peregrinazioni del poeta-filosofo latino lungo le coste tirreniche italiane. A Bondì, regista televisivo ma non solo, studioso, storico, docente universitario, documentarista, collaboratore di Rossellini (!!!), più che la ricostruzione storica preme la visione (s)oggettiva di un mondo, quello romano, ormai in frantumi attraverso gli occhi di un uomo che prima di essere un politico è un poeta e prima di essere un poeta è un sognatore. Namaziano si illude che Roma non sia in rovina e possa ancora risollevarsi. Si illude che l'invasione dei barbari sia solo un momento di defaillance e che la dura lex sed lex romana riesca a riportare l'ordine. Un sognatore che non riesce a vivere in mezzo agli altri perché non li capisce più. Una mosca bianca destinata a sopperire di fronte al "nuovo" che avanza. E sarà proprio il viaggio in Gallia ad aprirgli gli occhi sulla realtà. Gladiatori clandestini che si scannano in una fossa per il gusto non si sa più di chi, pagani pieni di fede e fedeli scevri di cuore, soldati senza virtù alla mercé del denaro, schiave libere ma chiuse in prigioni d'amore. Solo un sognatore o un pazzo può pensare di impedire un declino ormai in atto. Non c'è più spazio per i sognatori come lui. Se non quello che il suo vecchio amico Protadio (interpretato da Herlitzka che ormai con Aldo Moro di "Buongiorno, notte" sembra essersi specializzato nel ruolo del cadavere politico) si ritaglia nelle acque sanguinolente della sua vasca da bagno. Un altro ritorno. Ben diverso da quello inquietante ed ambiguo dell'omonimo film russo vincitore del Leone d'oro allo scorso Festival di Venezia. Ma non meno intenso. Un ritorno in patria amaro e decadente. Un ritorno alle ceneri di un'Araba fenice che non volerà più. Un ritorno che illumina la parabola discendente del Sacro Romano Impero, anticamera del buio nella mente dell'imminente era medievale. Peccato che non sia stato girato in latino come il povero Bondì voleva fare all'inizio seguendo il suo istinto e come quel bovaro bigotto di Mel Gibson, invece, è riuscito a fare. Peccato che uscirà in poche sale visto lo scarso appeal che può avere un film del genere sui mentecatti (critici e pubblico) che ci circondano. Ma vi assicuro che preferisco Schilton a Caviezel, la Deregibus alla Bellucci, Herlitzka alla Celentano, Wajskol a Rubini. Marco Catola |
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