Il Derviscio

Regia: Alberto Rondalli
Sceneggiatura: Alberto Rondalli
Montaggio: Alberto Rondalli
Fotografia: Claudio Collepiccolo
Scenografia: Luigi Silvio Marchione
Cast: Antonio Buil Puejo, Cezmi Baskin, Ruhi Sari Dzemal, Soner Agin, Basak KÖklÜkaya
Musica: Kemel Karaoz e Nehmet Fatih Citlak

1900. Ahmed Nurettin è lo sceicco della tekjia (comunità civile e religiosa) dell'ordine dei Mevlevi in una cittadina ai confini dell'Impero Ottomano al tempo della dominazione turca. Il derviscio vive in un mondo di certezze assolute e di verità eterne, codificate dal Corano, fin quando un giorno suo fratello minore viene arrestato senza alcuna colpa. Malgrado la sua posizione, il suo prestigio sociale, il fratello viene comunque condannato a morte. Da quel momento le sicurezze di Nurettin vacillano e la sua diviene una conversione alla rovescia, dal bene al male, che lo costringerà a prendere posizione, a entrare nel campo dell'azione. Accecato al punto da fomentare una rivolta contro i suoi nemici, finirà per prenderne il posto, scoprendo a quale prezzo si sia consumata la sua vendetta.
Ci voleva il coraggio e la vocazione di Alberto Rondalli, giovane regista di Lecco, educato al cinema più rigoroso da Olmi e dal teatrante Eugenio Barba, per portare sullo schermo il romanzo filosofico di Mesa Selimovic "Il derviscio e la morte" (Baldini & Castaldi), girato in Cappadocia. Il derviscio è un film, unico nel suo genere, che rende meno banale e prevedibile il nostro cinema, oltre che una sorta di altra faccia delle commedie "all'italiana". Qualcuno potrà appassionarsi alla vicenda, ambientata in interni freschi e oscuri o in esterni aridi e assolati in cui lo sceicco (Antonio Buil Puejo che fu anche Padre Pio in un precedente film televisivo dello stesso Rondalli) si perde nei meandri delle sue incertezze e dei suoi conflitti interiori. Dilemma della tragedia classica in un contesto fortemente caratterizzato dal punto di vista storico culturale. Il regista narra un dramma privato di Nurettin, sorta di eroe shakespeariano, integerrimo fino al giorno in cui l'ingiustizia umana , o forse l'assurdità divina, fanno irruzione nella sua vita. In una cornice di assoluto esotismo, Il derviscio partecipa della cultura della lentezza, del parlare mistico, propria del mondo che racconta. La scelta di un'estetica estremista e di una faticosa struttura drammaturgica non concede nulla alla visione rilassata. Le musiche, le danze, i colori sono accennati e subito abbandonati, come a voler segnalare un loro esplicito rifiuto. Bisogna seguire il movimento interiore e di pensiero del film, per trovare spunti di riflessione e di identificazione in questo Islam tanto lontano da quello delle cronache di guerra.

Grazia Monteleone