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DIAMOND 13
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Tratto dal bestseller della letteratura noir francese “L’Etage Des Morts” di Hugues Pagan (in Italia inspiegabilmente tradotto con il titolo inglese “Dead end Blues” edito da Meridiano Zero) e sceneggiato, prodotto e interpretato (ma non diretto) da Olivier Marchal (già regista dell’ottimo 36 Quai des Orfèvres del 2004), Diamond 13 rientra nel cosiddetto polàr, genere tipicamente francese a metà tra il poliziesco e il noir. Ora il polàr ha conosciuto la sua età dell'oro dall’inizio del secolo scorso fino agli anni Settanta (da Feuillade a Melville per intendersi) ma in realtà grazie a registi come Beneix e Besson non è mai del tutto tramontato. Oggi continua a (soprav)vivere grazie a film come il già citato 36 Quai des Orfèvres e a serie tv come Braquo e Pigalle la nuit. Seppur lontano anni luce dai suoi più o meno gloriosi predecessori, Diamant 13, cheè stato presentato allo scorso Noir in Festival di Courmayeur, riassembla con minuziosa attenzione tutti i clichés del genere adattandoli finché possibile al gusto moderno per un cinema d’azione più movimentato e truculento. Sulla carta resta dunque una pellicola alla Olivier Marchal (ritmo forsennato, intrighi complessi e ottime caratterizzazioni) ma sul grande schermo, forse anche perché dietro alla macchina da presa troviamo Béhat, regista prettamente televisivo che ha diretto tra l’altro Paris Enquête Criminelle (la versione francese di Law and order), si stenta a riconoscerne l’impronta. Ben costruito l’intreccio tra poliziotti corrotti, traffici illegali e morti violente (al limite dello splatter) ma tutto fila via liscio senza la minima inventiva. Il taglio televisivo e i tempi assai dilatati non aiutano le caratterizzazioni, già poco approfondite (ed è davvero strano trattandosi di un polàr), ad emergere e lasciare il segno. Gerard Depardieu non ha più le phisique du role per interpretare il poliziotto inquieto in bilico tra corruzione e lealtà,ormai fagocitato com’è dalla sua stessa immagine appesantita e parossistica, e Asia Argento, che dobbiamo ammettere recita stranamente meglio in francese che in italiano!, come femme fatale proprio non funziona. Va un po’meglio con gli altri caratteristi, primi fra tutti Aurélien Recoing e lo stesso Marchal, e con le musiche di altri tempi di Frédéric Vercheval. Ma è sempre troppo poco. Peccato! Marco Catola
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