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Il
diario di Matilde Manzoni
Regia:
Lino Capolicchio
Sceneggiatura: Lino Capolicchio, Bruno Roberti, Caterina Rogani
Cast: Ludovica Andò, Lea Gramsdorff, Urbano Barberini, Corinne
Clery, Laura Betti, Luca Calvani, Lino Capolicchio, Luciano Federico,
Gianluca Magni, Vania Della Bidia
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio: Enzo Meniconi
Costumi: Andrea Viotti
Origine: Italia, 2002
Durata: 98'
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Lino Capolicchio,
dopo l'esordio di Pugili (1995), torna dietro la macchina da presa e sceglie
di raccontare la storia delle sorelle Manzoni, Vittoria e Matilde, e del
loro rapporto con il mitico e inarrivabile padre, Alessandro.
Liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Cesare Garboli e dal racconto
di Natalia Ginzburg, "La famiglia Manzoni", il diario di Matilde
Manzoni è un film coraggioso e controcorrente che in un'epoca di
monopolio digitale e di fast-food dei sentimenti si erge ad anacronistico
paladino di un cinema d'altri tempi che nessuno fa più (e che forse
nessuno vede più). Pochi movimenti di macchina, estremo rigore
e tanto sentimento. Un cinema di facce, di stile e di atmosfera. Un cinema
che se ne frega dei clichés, un cinema che scardina il conformismo
dilagante, un cinema che osa. Capolicchio segue caparbiamente il suo percorso
stilistico senza perdersi in fronzoli, analizza l'oggetto narrativo dal
doppio punto di vista femminile e filiale (che rivela forse una affinità
autobiografica), ama senza riserve la sua triste e sfortunata eroina ed
ha il coraggio di mostrare l'altra faccia del genio. Una faccia che nessuno
vorrebbe vedere: Manzoni è il grande scrittore che tutti conosciamo
ma anche il padre insensibile ed assente (non lo si vede mai se non di
spalle!) di una sedicenne in cerca d'affetto e sul punto di morte. Capolicchio
sfugge alla tentazione narcisistica (si ritaglia il piccolo ruolo di D'Azeglio)
tipica dell'attore che passa dietro la macchina da presa, rifiuta la visione
cartolinesca e patinata alla Ivory, prende le distanze dalla dimensione
zeffirellianamente estetizzante e preferisce accostarsi al fulgore verista
del Bellocchio di La balia e della Campion di Ritratto di signora.
Impressionante la ricercatezza del particolare sia nelle scenografie che
nei costumi, naturale e vivida la fotografia, ricercato ma opinabile il
cast. Se le due sorelle Manzoni sono incarnate pressoché perfettamente
dalle facce antiche e pure di Ludovica Andò (Matilde) e Lea Gramsdorff
(Vittoria), è anche vero che la Clery con labbra cadenti e sguardo
maliardo, Alessio Boni con bel faccino inespressivo da fotoromanzo e soprattutto
Urbano Barberini con ignobile naso rifatto e recitazione da cane riescono
spesso a rovinare il quadro generale.
Marco Catola
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