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Teheran 2002:
una giovane e bella borghese divorzia dal marito e si risposa, mentre
il figlio, che non vorrà più saperne di lei né del
nuovo padre, li odierà e rifiuterà entrambi. Dieci scene
di vita sentimentale ed affettiva in cui sei donne: la donna alla guida,
la sorella, un'anziana pellegrina, una prostituta, una ragazza lasciata
dal fidanzato che si rade i capelli, un'amica raccontano di loro stesse
e degli altri, di momenti particolari della loro vita, che potrebbero
essere di una sola ed unica donna forse alla ricerca di se stessa.
Presentato in concorso al festival di Cannes 2002, Ten del regista iraniano
Abbas Kiarostami è un film senza musica, senza scenografie, girato
dentro un'automobile dove si alternano volti di donne che parlano, in
modo semplice e naturale, nel frastuono del traffico di Teheran, intravisto
dal finestrino della macchina, che devia un po' l'occhio dello spettatore
da quel claustrofobico spazio chiuso e concentrato, di come vivono il
loro amore e la loro religiosità. Ancora molto misterioso il nuovo
film del maestro Kiarostami, già Palma d'oro ex aequo a Cannes
nel 1997 con "Il sapore della ciliegia", che realizza totalmente
in video e in cui si diverte a giocare ancora tra finzione e intervista-documentario.
Dieci, rigoroso esercizio di staticità dell'immagine con un'unica
inquadratura fissa, è ricco di ellissi e di "caselle vuote"
che lo spettatore deve riempire; ma è anche un ritratto della condizione
delle donne dell'Iran nella loro lenta ricerca della libertà, nella
loro lenta presa di coscienza, nella loro disperata fuga dall'autorità
maschile, qui espressa dalla figura del bambino, che con il suo sguardo
riempie sempre di più questo reportage sperimentale. L ' unico
suono esterno è quello della sirena; e la voce e la verità
di queste donne, dopo essere state isolate e dimenticate dalla storia,
grazie al regista, che, puntando al realismo sembra quasi consegnare loro
un microfono, arriva ad essere ascoltata e compresa.
Grazia Monteleone
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