DONNE SENZA UOMINI

Titolo originale: Zanan bedoone mardan
Regia: Shirin Neshat
Sceneggiatura: Shirin Neshat e Shoja Azari
Cast: Pegah Ferydoni, Arita Shahrzad, Shabnam Tolouei, Orsi Tóth, Bijan Daneshmand
Fotografia: Martin Gschlacht
Montaggio: George Cragg
Scenografia: Katharina Wöppermann
Costumi: Thomas Olah
Musiche: Abbas Bakhtiari, Ryuichi Sakamoto
Distribuzione: BIM
Origine: Germania/Austria/Francia, 2009
Durata: 95’
Sito: www.donnesenzauomini.it
Uscita in sala: 12/3/2010
Numero di copie: 25

 



Storie di ordinaria violenza, più psicologica che fisica, nella Tehran del 1953, alle porte del tumultuoso colpo di stato che spodesterà il governo (e porterà in ultima istanza alla ben nota rivoluzione islamica): una trentenne che viene segregata in casa dal fratello e obbligata a incontrare un pretendente per sposarsi al più presto; una prostituta al limite dell'anoressia costretta a frequentare uomini ingrati e sbrigativi dentro un sordido bordello; la moglie di un generale decorato costretta a sopportare la sua ottusità e le illazioni sulla sua presunta incapacità di soddisfare un uomo.
In realtà di uomini attorno alle donne variamente maltrattate di questo film se ne vedono fin troppi: tutti ad imporre il proprio volere e tutti a dire che lo fanno per il bene delle donne in questione. La mancanza degli uomini di cui parla il titolo rientra in una dimensione psicologica. Il film propone solo esemplari maschili grotteschi, scarnificati, incancreniti nelle loro logiche perverse.
La pellicola conosce tre momenti principali. Il primo è quello che tiene più fede al titolo e mostra le angherie subite dalle protagoniste, variamente umiliate: la fotografia tiene i colori volutamente spenti facendoli virare nelle vicinanze di un bianco e nero quasi reale. Ad un certo punto, che coincide con il suicidio di una delle donne, l'opera vira su un piano più visionario e onirico, con un pellegrinaggio intrapreso da ogni donna verso una villa che simboleggia (complice il nebbioso bosco circostante) una sorta di zona franca che dà accesso alla consolazione e alla rinascita fisica e morale. Leggere l'opera in termini di logica ferrea, soprattutto in questa parte, sarebbe fuorviante: c'è persino una resurrezione che non è illusione ma che comunque viene lasciata cadere nel vuoto e data per buona senza spiegazioni. Inizia quindi la terza parte, quella che porta direttamente alle scene della rivolta popolare e della successiva repressione militare: si parla di impegno politico, di manifestazioni, di luoghi segreti dove i manifestanti di fede comunista stampano volantini, di occupazioni di radio libere ma la scena, per quanto inframmezzata da immagini di più ampio respiro, rimane vincolata alle vicende dei singoli protagonisti. Mancano quindi quelle rappresentazioni corali che abbiamo visto di recente, per fare un nome fresco nella memoria di tutti, in Baarìa. Per queste ragioni, per proporre tanti registri narrativi diversi senza portarne avanti realmente nessuno, il film, per quanto meritevole, rimane a barcamenarsi in una terra di nessuno, spoglio di un'identità forte, come se l'incertezza di caratterizzarlo gli avesse una volta per tutte tarpato le ali.
Il film ha vinto il Leone d’argento per la miglior regia al Festival di Venezia 2009 ed è tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur che per questo libro è stata censurata ed esiliata dall’Iran.

Francesco Alinovi