FANGO

Titolo originale: Camur
Regia: Dervis Zaim
Sceneggiatura:
Dervis Zaim
Cast: Mustafa Ugurlu, Yelda Reynaud, Taner Birsel, Bulent Emin Yarar
Fotografia: Feza Caldiran
Montaggio: Francesca Calvelli
Origine: Turchia, 2003
Durata: 97'



Cipro in un periodo non definito, ma sicuramente prima dell'abolizione del confine tra la parte greca e quella turca. Ali è incapace di parlare, la sua vecchia casa si trova nella parte greca di Cipro e lui, turco, non può farvi ritorno se non attraverso una statua, che lo raffigura ironicamente nell'atto di cantare, nell'ambito di una iniziativa di pace. Ali sta terminando il servizio di leva e nessuno dei medici intervenuti dopo i suoi numerosi malori è riuscito a trovare una spiegazione al suo mutismo, la sua malattia è misteriosa e per lui l'unica speranza è affidarsi al "fango medicamentoso" del lago salato, proprio a due passi dal suo posto di guardia. Dal fango compare una statua della dea Cibele, la dea della fertilità e, nel ricco simbolismo che caratterizza il film, il fango e la fertilità rappresentano contemporaneamente il bene e il male, possono portare guarigione e abbondanza, ma anche morte e distruzione. Il fango rappresenta anche una forma di potere, un potere che tutti i personaggi cercano e di cui hanno fortemente bisogno, anche se per motivazioni totalmente diverse, Ali vuole guarire dalla sua malattia, Temel trovare il coraggio di visitare il luogo dove ha sepolto i corpi dei greci uccisi per rappresaglia, Halil invece desidera il denaro che può arrivargli dalla vendita delle statue sepolte sotto il fango. L'unico personaggio escluso da questa follia è Aisha, la sorella di Ali la quale, forse proprio per questo, sopravvive e realizza il suo desiderio di maternità.
Nonostante l'idea di partenza, veramente interessante, sul quale si basa l'opera del regista cipriota Dervis Zaim, il film approda però ad un risultato piuttosto deludente, in parte per l'eccessivo simbolismo e in parte per la caduta libera, accentuata nel finale, della sceneggiatura alla quale si accompagna la progressiva perdita dell'aspetto ironico che ha rappresentato per tre quarti della pellicola una piacevole via di fuga.

Anna Lai