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Olivier è
un uomo triste e silenzioso che, dopo la morte del figlio, ucciso durante
il tentativo di furto di un'autoradio da un ragazzo di undici anni, trascorre
le sue giornate lavorando in una carpenteria nella quale insegna il mestiere
di falegname a ragazzi usciti dal riformatorio.
Ed è proprio nella falegnameria, tra rumori di seghe, martelli
e raspe, che la solitudine di Olivier, la moglie lo ha lasciato dopo la
morte del figlio, ne incontra un'altra, quella di Francis, assassino "per
caso"; inizialmente lo respinge, ma poi decide di insegnargli il
mestiere, mosso dal desiderio di capire, di trovare le risposte alle domande
che lo hanno tormentato nei cinque anni che sono trascorsi dal tragico
evento. "Perché lo fai" gli chiede l'ex moglie quando
percepisce la verità, "non lo so" risponde lui, perché
i Dardenne non vogliono darci delle risposte ma si limitano a raccontare
la loro storia, senza enfasi o solennità, valutando le distanze
tra i corpi, lo spazio che li separa, il segreto che li unisce, con la
stessa abilità con la quale, nella scena del parcheggio, Olivier
stupisce Francis con la sua capacità nel misurare al centimetro
la distanza, materiale questa volta, dei loro corpi. La macchina da presa
spazia dal primo al primissimo piano, penetra in profondità, fruga
nei dettagli, pressando da vicino il protagonista, un grande Oliver Gourmet
giustamente premiato a Cannes, ci permette di vedere attraverso i suoi
occhi, ci costringe a vivere la sua stessa sensazione di turbamento e
di indecisione.
Dopo il successo di Rosetta, Palma d'oro a Cannes nel 1999, Luc e Jean-Pierre
Dardenne ci regalano un altro bellissimo film, in grado di coinvolgere
lentamente ma in modo inesorabile, attraverso il tentativo di colmare
i vuoti e gli interrogativi senza risposta di un cinema asciutto e privo
di fronzoli, che impone un'analisi della realtà e una profonda
riflessione sul suo significato.
Anna Lai
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