FROZEN RIVER

Regia: Courtney Hunt
Sceneggiatura: Courtney Hunt
Cast: Melissa Leo, Misty Upham, Charlie McDermott, Mark Boone Junior, Michael O’Keefe, Jay Klaitz, Bernie Littlewolf, Dylan Carusona, Michael Sky
Fotografia: Reed Morano
Montaggio: Kate Williams
Musiche: Peter Golub, Shahad Ismaily
Scenografia: Inbal Weinberg
Costumi: Abby O’Sullivan
Distribuzione: Archibald Enterprise Film
Origine: Usa, 2008
Durata: 97’
Sito italiano: http://www.archibaldfilm.it/
Data di uscita: 13 marzo 2009
Numero sale: 4

 
 
 


Nessuno sembrava credere più di tanto in questo piccolo film indipendente che ha fatto la sua comparsa qualche mese fa sugli schermi americani. Eppure questo piccolo gioiello ha prima vinto il grand prix al Sundance (Quentin Tarantino durante la premiazione l’avrebbe definito “il più emozionante thriller dell’anno… mozzafiato !”), e poi addirittura il leone nero al nostro Noir in festival aggiudicandosi anche due nominations agli Oscar (una per la protagonista, la sconosciuta ma bravissima Melissa Leo, e l’altra per la sceneggiatura originale di Courtney Hunt che è anche la regista). Ma tutto questo non è bastato per il mercato italiano (da noi esce in poche sale e senza una promozione che si possa definire dignitosa). Peccato perché il film meritava molto di più.
Una storia drammaticamente semplice. Di quelle che sarebbero piaciute a Zavattini. E non solo per il minimalismo tipico di tanta produzione indie d’oltreoceano ma soprattutto per l’idea di pedinamento della realtà tanto cara al grande sceneggiatore e teorico del Neorealismo.  
Il fiume del titolo è il St Lawrence, enorme distesa d’acqua che separa lo stato di New York dal Quebec e che nelle gelide notti d’inverno diventa ghiacciato permettendo così a chi vuole entrare clandestinamente nel Paese delle grandi opportunità di passare la frontiera senza troppi problemi. Chiaramente anche il ghiaccio a volte può presentare delle crepe e cedere da un momento all’altro lasciando sprofondare nelle acque chi vi passa sopra. Proprio come la vita di due donne in gravi condizioni economiche coinvolte loro malgrado in questo losco traffico di immigrati che a poco a poco si incrina fino quasi a spezzarsi e sprofondare nel nulla.
Costato appena un milione di dollari (e per la media dei film americani è davvero poco) e destinato ad un pubblico di nicchia, Frozen river è l’ennesima testimonianza che quando una storia, peraltro tutta al femminile, prende spunto da una realtà disperata ma universalmente riconoscibile (gli Stati Uniti ma anche l’Europa sono sempre più teatro dell’immigrazione clandestina costantemente legata alla criminalità organizzata) può anche travalicare la marginalità di un pubblico d’essai e conquistare l'attenzione della grande Hollywood.
Un film cupo e disperato con una sottile luce di speranza nel meraviglioso finale che lascia aperta la possibilità di una redenzione per due donne diversissime ma accomunate dalla maternità, dalla solitudine e dalla miseria. Una è americana con due figli a carico e vive in una roulotte in attesa di trasferirsi in un prefabbricato da sogno. L’altra è una ragazza della riserva indiana separata dal suo piccolo bambino e incapace di inserirsi in un sistema che non la riconosce e non la vuole. Entrambe senza un uomo al loro fianco farebbero di tutto pur di assicurare ai propri figli un futuro. Anche speculare sulla vita di altri disperati come loro. Come vuole la legge della miseria più bieca. Ma a volte è proprio la condivisione del male che consente la riabilitazione e forse la rinascita.
Desolante come una triste ballata country ma anche teso come un thriller esistenziale che sfiora sempre la tragedia senza mai affondarci davvero. Una sorta di western neorealista in cui alla crudeltà della vita si contrappone comunque la speranza di un futuro migliore. Assolutamente da non perdere. Soprattutto per chi crede che il cinema americano sia tutto stelle e crinoline.

Marco Catola