Gente di Roma

Regia: Ettore Scola
Sceneggiatura: Ettore, Paola e Silvia Scola
Interpreti: Giorgio Colangeli; Antonello Fassari; Fabio Ferrari; Fiorenzo Fiorentini; Arnoldo Foà; Sabrina Impacciatore; Salvatore Marino; Valerio Mastrandea; Rolando Ravello; Stefania Sandrelli
Musiche: Armando Travaioli
Origine: Italia 2003
Durata: 100'
Sito: www.luce.it



Roma, la città più amata e odiata d'Italia, descritta attraverso una miriade di personaggi che, con le loro piccole storie personali, tratteggiano uno spietato ritratto della romanità del terzo millennio. Dal centro storico alla periferia, seguendo il percorso ideale di un autobus, Scola colloca i sui personaggi in una Roma bellissima e multirazziale, dove i cinesi praticano il Taj-chi nel parco di Piazza Vittorio proprio mentre un immigrato nigeriano è allontanato da un bar dal gestore preoccupato per le reazioni della clientela e un giornalista di colore raccoglie informazioni per un'inchiesta sulle reazioni dei romani nei confronti degli extracomunitari. Da questa antologia, dedicata a Roma e ai suoi abitanti, non potevano mancare le avventure degli automobilisti ai semafori, tra mendicanti e lavavetri così come, essendo la distanza tra farsa e tragedia breve, storie di licenziamenti e solitudine, gelosia e solidarietà, per concludersi con una grande festa per tutta la città, la manifestazione organizzata dai girotondi di Nanni Moretti a San Giovanni del 2002. Nelle intenzioni di Scola, che ha girato il film in digitale per trasferirlo poi in pellicola, rendere un omaggio a Roma e ai suoi abitanti, primo fra Alberto Sordi, l'attore che, con i suoi pregi e difetti, ha sempre rappresentato lo spirito della romanità. Il risultato è però un film frammentato, zeppo di luoghi comuni, che vuole affrontare questioni importanti, come l'immigrazione, la disoccupazione, l'emarginazione, senza arrivare mai al fulcro delle stesse, con una superficialità che, anche se suffragata da un certo umorismo nero, finisce per infastidire e annoiare. L'unico episodio degno di nota è quello che vede Arnoldo Foà nei panni di un anziano signore il quale, prima di essere portato in ospizio dal figlio, consuma in trattoria il suo "ultimo pasto" strapazzando camerieri e avventori, in una sorta di piccola vendetta contro una società che trasforma la vecchiaia in un peso, una condanna da scontare in solitudine in un "luogo tranquillo immerso nel verde".

Anna Lai

CONFERENZA STAMPA DEL FILM "GENTE DI ROMA"

Signor Scola, nel suo film sono presenti due temi, quello dell'immigrazione e quello della vecchiaia. Come mai?

Sono due temi che mi competono, essendo io un anziano immigrato a Roma. E' impossibile immaginare una città diversa da Roma in cui invecchiare. E' una città piena di difetti, ma anche questi riflettono la sua generosità. Persino l'intolleranza è assente, c'è più che altro indifferenza, che per gli extracomunitari è anche meglio. A Roma si sentono integrati, anche se nessuno dà loro retta. Freud disse che dovendo scegliere una metafora per il subconscio avrebbe scelto Roma.

Nel film c'è un suo cameo vocale, la voce del defunto che ripete "Bobok". Come nasce?

Tutto nasce da una novella di Dostoevskij, "Bobok", che narra di una conversazione tra defunti. E' una parola che non ha senso, è capitato che la dicessi io solo perché non c'erano attori disponibili in quel momento.

Perché l'uso del digitale?

Abbiamo cominciato con le riprese del ballo di Ferragosto in Piazza del Popolo, poi ho continuato con il digitale perché è un mezzo agevole, anche se presenta dei difetti. Per questo film era il metodo adatto, più libero.

Ha seguito un percorso urbanistico?

No, ma credo che i quartieri ci siano più o meno tutti.

Crede che Roma abbia difetti o virtù particolari?

Non credo. Dovendo fare un paragone, sceglierei Alberto Sordi, che dopo la sua morte è diventato il simbolo della città. Nei suoi film non aveva paura di imbruttirsi, proprio come Roma. E questa è sicuramente una virtù.

Che tipo di accoglienza si aspetta al Nord?

Il pubblico è sempre variegato, credo che il film verrà giudicato come tale e non come film romano. In fondo non c'è indulgenza verso i difetti dei romani. Quando faccio un film non mi chiedo che accoglienza avrà. Quando uscì "Il sorpasso", di cui scrissi la sceneggiatura, fu un fiasco e il produttore Mario Cecchi Gori era disperato. Se si fa un film per motivi non commerciali non bisogna farsi dei problemi.

Ennio Flaiano disse che Roma è una capitale, ma in sostanza è un gran paese. E' d'accordo?

Certo, non sarà mai una metropoli internazionale, ma è bella proprio per questo. La piazza è vista come un luogo di chiacchiere, in cui perdere tempo. E' una filosofia che a Roma esiste ancora.

Perché quel momento della festa di sinistra in piazza?

Ho voluto filmarlo perché è importante per la partecipazione e la gioia della folla. Lessi che i partecipanti erano stati precettati, ma era impossibile fare aderire tanta gente senza convinzione. Anche in epoca fascista c'erano queste manifestazioni, ma credo che fosse più un'occasione per far baccano che un incontro di persone che credevano in una stessa ideologia.

Che effetto le fa che la nuova generazione di registi la prenda come esempio?

Cominciano ad esserci molti autori bravi, che raccontano attraverso la satira e il gioco. Sono lieto che ci siano Virzì e Muccino, che però non ha passione civile. Senza di essa rimane solo la farsa, che è poco interessante.

Ed ora la parola agli interpreti: Salvatore Marino, Antonello Fassari, Rolando Ravello e Sabrina Impacciatore. Cosa pensate del film e com'è stato lavorare con Scola?

Marino: Posso dire di essere un portavoce degli extracomunitari, mio padre è siciliano e mia madre africana. Il film rispecchia perfettamente la realtà, ho sempre incontrato poca intolleranza.

Fassari: Il film mostra una Roma diversa, senza luoghi comuni, una città che ospita sia politici che extracomunitari. E' il primo ritratto di una Roma del nuovo millennio. Nei film dei nuovi autori che parlano di Roma si ha l'impressione che potrebbero essere stati girati ovunque, non catturano lo spirito della città.

Ravello: Per quanto mi riguarda ho già lavorato con Scola, la prima volta è stato in "Romanzo di un giovane povero". Con Ettore è sempre tutto facile, sa mettere gli attori a proprio agio, ed è una qualità che hanno solo i grandi. A lui devo tutto ciò che so sul cinema, mi sento un po' suo figlio.

Impacciatore: Il film è un documento importante, da rivedere tra venti anni per capire come ci si rapporta con la diversità. E' un film strano, in alcuni momenti sembra un videoclip. Anche per me è la seconda esperienza con Scola, dopo "Concorrenza sleale". Fa sempre effetto vedere un vero signore sul set, è lui il vero esempio di tolleranza.

Simona Ottavo