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- INFECTION
- Titolo originale: Kansen
- Regia: Masayuki Ochiai
- Sceneggiatura: Masayuki Ochiai
- Cast:
Michiko Hada, Tae Rimura, Mari Hoshino, Yôko Maki, Kaho Minami, Kaho Minami, Shirô Sano, Koichi Sato, Masanobu Takashima
- Musiche: Kuniaki Haishima
- Montaggio: Yoshifumi Fukazawa
- Origine: Giappone, 2004
- Durata: 98'
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- Che il cinema d’oriente avesse ormai invaso il panorama horror mondiale lo si sapeva, ma che fosse capace di distaccarsi dal banale film-massacro per trovare controversia e originalità stupisce davvero. Infection arriva direttamente dal Giappone, sublime creatura del regista Masayuki Ochiai.
- Se il cinema americano continua a promuovere il cinema cotto e mangiato, quello che ristagna sui vecchi modelli da fiction televisiva, il sapore orientale ha un gusto del tutto diverso, e si insinua nella psicologia dello spettatore, disorientandolo, graffiandolo, destabilizzandolo.
- Così ci si accomoda in sala nella convinzione di rivedere il classico film alla The Ring e ci si ritrova di fronte un modello filmico molto più enigmatico, molto più sottile, e che si avvicina molto di più alle controversie mentali di The Call e Ju-On. E non solo. Quello che colpisce è la simbologia, forse lontana dalla cultura occidentale, ma così ricca di fascino, ed estremamente utile nel tessere la tela dell’enigma.
- C’è un approccio assolutamente medico al film: da un lato la vita all’interno di un ospedale tetro e decadente, all’interno del quale si muovono tirocinanti e medici in cerca di fama; dall’altro una serie di malati colpiti da patologie del tutto differenti tra loro. Ed è proprio la prima malata a condurci all’interno del difficile percorso filmico. Un patologia colpisce il sistema cerebrale, e la donna colpita crea immagini attraverso la propria mente, dunque non percepisce la realtà, ma la proiezione di ciò che il suo cervello produce. E’ lo specchio (che nella simbologia nipponica è legata allo spirito) a permettere la visione di queste inquietanti presenze. Ma se la donna malata è simbolo di percezione errata della realtà, chi può dire qual è la vera percezione del reale? Un dottoressa indica un mela rossa: quella mela rimane tale anche se illuminata da diverse fonti di luce. Siamo noi che abbiamo la percezione del rosso, e questa percezione può non corrispondere alla realtà.
- C’è poi un’altalena, posta in un parco davanti l’ospedale. Si muove lentamente, silenziosamente, e con un doppio andamento. Forse un primo approccio alla duplicità del reale? Probabilmente un modo per comunicare che esistono due realtà, quella percepita e quella vera.
- Improvvisamente il film entra all’interno del vortice narrativo dell’horror più comune, con l’occultamento delcadavere di un uomo morto per errore medico.
- Poi giunge un altro malato, infetto. Qui inizia il delirio totale. Il virus si propaga, medici ed infermiere ne rimangono vittime. Il film assume i toni di uno splatter anni ottanta e in alcuni momenti ricorda La cosadi John Carpenter.
- E se Inizialmente il film aveva giocato sul non mostrare stimolando la curiosità dello spettatore, d’improvviso l’immagine rientra nella sfera del visibile, abbandona l’omissione per incontrare lo splatter. Ma nulla è casuale. Le immagini più crude del sangue verde e delle morti atroci ci traghettano verso l’enigma centrale.
- Il dottor Akai e gli altri medici tentano di comprendere le ragioni della diffusione del virus: emerge che si tratta di un virus mentale. Allora Akai si ritrova solo nella non comprensione e noi con lui. Il film abbandona la fiction, e cerca di dare le sue risposte attraverso un senso profondo. Il virus mentale si propaga tra gli uomini, sconvolge, e stravolge la percezione della realtà. Il rosso (Akai in giapponese significa rosso, la mela è rossa, le luci dell’ambulanza sono rosse) si contrappone al verde ( il sangue, l’uscita di sicurezza). Attraverso gli occhi della dottoressa che al mattino scopre il massacro, riviviamo il contrasto tra reale e irreale, tra ciò che produce la mente e ciò che realmente esiste, tra ciò che percepiamo e ciò che dovremmo percepire. Pazzia, inconoscibilità, devastazione psicologica.
- L’occhio, quale sguardo sul reale e quale strumento di percezione, si apre e si chiude, dal rosso al verde. E la mela stessa diviene improvvisamente verde. Le altalene trovano un movimento sincrono, forse il reale può finalmente combaciare con la sua percezione.
- Tra dubbi e delusioni gli spettatori abbandonano esterrefatti la sala. Ma forse l’unica spiegazione al finale è la non spiegazione, il prendere il senso del film, senza schemi narrativi, riflettendo solo su quanto il bravissimo Masayuki Ochiai ha voluto trasmetterci.
Endrio Martufi
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