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IN OSTAGGIO Titolo originale: The Clearing
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| Ancora
una volta ci troviamo di fronte ad una mistificazione premeditata. Il
titolo italiano, che come al solito non ha niente a che vedere con quello
originale (il ben più ambiguo“The clearing”), lascia
supporre che il film che ci apprestiamo a vedere sia un film d’azione.
O comunque un film in cui rapimento e riscatto abbiano almeno delle implicazioni
sull’azione della storia. E stessa cosa suggerisce il trailer tv
che con un montaggio serrato ritma in modo incalzante una presunta storia
di dolore, violenza e denaro. Ecco mai come questa volta si può parlare
di travisamento (o ripeto mistificazione) della verità. “In
ostaggio” non è assolutamente un film d’azione. Neppure
un film con gangsters e sparatorie. C’è un po’ di
violenza sì ma si tratta di un film essenzialmente introspettivo.
O meglio il regista, produttore di film di successo come “Insider”, “Heat” e “Bullworth”,
qui al suo esordio, aspira al thriller psicologico. Le premesse ci sarebbero.
Un povero diavolo decide di rapire un pezzo grosso. Lo porta sulle montagne.
Chiede il riscatto. Incassa i soldi. Lo fa fuori. E si fa beccare. Fin
qui niente di che. Nel senso che l’unhappy end poteva giocare a
favore del film. Purtroppo il nostro regista-produttore, che in ogni
caso risveglia sentimenti di indulgenza e simpatia, ha sbagliato le dosi.
Cioè ha sbilanciato gli intenti. Utilizza il rapimento come pretesto
per delineare una limpida analisi delle illusioni del Sogno Americano.
Vittima e carnefice sono il riflesso contrapposto di uno stesso specchio:
uno ce l’ha fatta e l’altro no. Però perde troppo
tempo a stare dietro ai due antagonisti, peraltro con strettissimi primi
piani che non giovano a due facce iperrugose e da schiaffi come quelle
di Redford e di Dafoe, nel viaggio interminabile in mezzo alla foresta
senza in realtà scavare a fondo nella loro psicologia. Stessa
cosa succede quando l’analisi scrupolosa passa dalla foresta all’habitat
altoborghese del rapito. Il punto di vista della moglie, ben più interessante
in quanto emblema della famiglia americana di fronte al dramma della
perdita, viene solo accennato e lasciato vagare per inerzia. Insomma
di psicologico c’è poco e di thriller ancora meno tanto
più che nella seconda parte la dimensione introspettiva annulla
completamente ogni minima parvenza di suspense. E questo a discapito
del ritmo già di per sé non una scheggia. La Mirren si
difende bene come sempre ma non basta. Forse il nostro amico Brugge supervisiona
bene i film (degli altri) ma ha più difficoltà a girare
i propri. Chi lo sa? In ogni caso lo aspettiamo al prossimo giro di boa.
Siamo sicuri che andrà meglio. Megaflop estivo negli States e
temiamo anche da noi.
Marco Catola |
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