IN OSTAGGIO

Titolo originale: The Clearing
Regia: Pieter Jan Brugge
Sceneggiatura: Justin Haythe
Cast: Robert Redford, Willem Dafoe, Helen Mirren, Matt Crafen, Alessandro Nivola, Melissa Sagemiller, Wendy Crewson, Larry Pine, Diana Scarwid, Elizabeth Ruscio
Fotografia: Denis Lenoir
Montaggio: Kevin Tent
Musica: Craig Armstrong
Origine: USA, 2004
Durata: 91’


Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una mistificazione premeditata. Il titolo italiano, che come al solito non ha niente a che vedere con quello originale (il ben più ambiguo“The clearing”), lascia supporre che il film che ci apprestiamo a vedere sia un film d’azione. O comunque un film in cui rapimento e riscatto abbiano almeno delle implicazioni sull’azione della storia. E stessa cosa suggerisce il trailer tv che con un montaggio serrato ritma in modo incalzante una presunta storia di dolore, violenza e denaro. Ecco mai come questa volta si può parlare di travisamento (o ripeto mistificazione) della verità. “In ostaggio” non è assolutamente un film d’azione. Neppure un film con gangsters e sparatorie. C’è un po’ di violenza sì ma si tratta di un film essenzialmente introspettivo. O meglio il regista, produttore di film di successo come “Insider”, “Heat” e “Bullworth”, qui al suo esordio, aspira al thriller psicologico. Le premesse ci sarebbero. Un povero diavolo decide di rapire un pezzo grosso. Lo porta sulle montagne. Chiede il riscatto. Incassa i soldi. Lo fa fuori. E si fa beccare. Fin qui niente di che. Nel senso che l’unhappy end poteva giocare a favore del film. Purtroppo il nostro regista-produttore, che in ogni caso risveglia sentimenti di indulgenza e simpatia, ha sbagliato le dosi. Cioè ha sbilanciato gli intenti. Utilizza il rapimento come pretesto per delineare una limpida analisi delle illusioni del Sogno Americano. Vittima e carnefice sono il riflesso contrapposto di uno stesso specchio: uno ce l’ha fatta e l’altro no. Però perde troppo tempo a stare dietro ai due antagonisti, peraltro con strettissimi primi piani che non giovano a due facce iperrugose e da schiaffi come quelle di Redford e di Dafoe, nel viaggio interminabile in mezzo alla foresta senza in realtà scavare a fondo nella loro psicologia. Stessa cosa succede quando l’analisi scrupolosa passa dalla foresta all’habitat altoborghese del rapito. Il punto di vista della moglie, ben più interessante in quanto emblema della famiglia americana di fronte al dramma della perdita, viene solo accennato e lasciato vagare per inerzia. Insomma di psicologico c’è poco e di thriller ancora meno tanto più che nella seconda parte la dimensione introspettiva annulla completamente ogni minima parvenza di suspense. E questo a discapito del ritmo già di per sé non una scheggia. La Mirren si difende bene come sempre ma non basta. Forse il nostro amico Brugge supervisiona bene i film (degli altri) ma ha più difficoltà a girare i propri. Chi lo sa? In ogni caso lo aspettiamo al prossimo giro di boa. Siamo sicuri che andrà meglio. Megaflop estivo negli States e temiamo anche da noi.

Marco Catola