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Verso
oriente - Kedma
Regia:
Amos Gitai
Interpreti: Andrei Kashkar, Helena Yaralova, Yussef Abu Warda
Fotografia: Yorgos Arvanitis
Montaggio: Kobi Netanel
Musica: David Darling, Manfred Eicher
Scenografia: Eitan Levi
Produzione: MP PRODUCTIONS, AGAV FILMS ARTE France Cinéma - AGAV
HAFAKOT
Distribuzione: Bim
Durata: 1h 40'
Origine:
Israele/Italia /Francia
Sito ufficiale: www.bimfilm.com
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Maggio 1948.
Una vecchia nave da carico arrugginita, la Kedma, trasporta in Palestina
gente scampata all'Olocausto, persone desolate con troppi atroci ricordi,
che giungono in medioriente dal gelo di Russia o Polonia in cerca di una
patria.
Ma in Palestina infuria la guerra tra arabi ed ebrei, come oggi. Presto
gli inglesi metteranno fine al loro mandato, Ben Gurion proclamerà
lo Stato d'Israele: però molti profughi saranno già morti.
Il regista israeliano, Amos Gitai, con Kedma analizza la società
israeliana, raccontandoci la solidarietà e la sopravvivenza di
un popolo, quello ebreo, con occhio partecipe e in modo alquanto silente.
Presentato in concorso a Cannes 2002, il film di Gitai è un lungometraggio
allegorico, dai ritmi rallentati, con lunghi piani sequenza, con un realismo
dilatato da un paesaggio, testimone muto di molti secoli di storia umana,
che sembra guardare gli uomini, la loro follia, le loro guerre.
Kedma è pure una disamina delle emblematiche vicende individuali
dei personaggi prima dell'arrivo nel territorio palestinese, dei disastri
della guerra, delle personalità alterate tra speranza e follia
distruttiva. Con uno stile essenziale, diretto, Gitai sembra far uso di
un montaggio che tende verso il documentario. Il suo Israele rimane un
paese fragile, devastato dall'assurdità della guerra, in cui tutti
scelgono di sparare e di uccidere.
Fuga verso la Terra Promessa?Il film di Gitai, più articolato e
ricco di rilievi rispetto a quelli precedenti ( Kadosh, Kippur), alterna
un movimento affannoso di persone a rappresentazioni e monologhi-poesie
quasi teatrali che rendono questa fuga, che è una diaspora in una
terra che dovrebbe essere la loro patria; ma la verità è
che la terra d'Israele non appartiene più ad Israele, come afferma
alla fine Yanoush, che vaga, sconvolto, tra i corpi e le macerie delle
case arabe distrutte e deserte. Ciò attesta ancora una volta che
il laico regista, anche se non mancano canzoni e discorsi biblici, imprecazioni
laiche/religiose di un vecchio arabo e di un ebreo che urlano la disperazione,
la collera, la rabbia davanti alla storia ebraica non sentita da un mondo
agiato nella propria mancanza di sensibilità, resta tra i pochi
intellettuali del proprio paese a chiedersi per quali motivi in quel lembo
di terra ancora oggi nessuno riesce a trovare la bramata " pace".
Grazia Monteleone
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