LEBANON

Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Cast: Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Dudu Tasa, Ashraf Barhom
Fotografia: Giora Bejach
Montaggio: Arik Lahav-Leibovich
Scenografia: Ariel Roshko
Costumi: Laura Sheim
Suono: Alex Claude
Musica: Nicolas Becker
Distribuzione: BIM Distribuzione
Origine: Germania/Israele/Francia/Libano, 2009
Durata: 93’
Sito: http://www.bimfilm.com/schede/lebanon/
Data di uscita: 23/10/09
Sale: 44

 

Siete mai entrati dentro un carro armato? Dopo aver assistito ai 93 minuti di Lebanon la vostra risposta sarà comunque: "Sì".
Da un ricordo cristallizzato nella sua mente, quando un giorno di giugno del 1982, soldato nella prima guerra del Libano, uccise un uomo, il regista Samuel Maoz più di venticinque anni dopo tira fuori questo angosciante film, giustamente premiato con il Leone d'oro alla LXVI Mostra del Cinema di Venezia. A bordo di un carro dell'esercito israeliano quattro giovani militari di leva si trovano ad affrontare per la prima volta gli orrori della guerra. Girata come un kammerspiel (si è parlato anche con originalità di “tankspiel”), tesissimo, necessariamente claustrofobico e ai confini dell'horror,  la vicenda si svolge interamente nel mezzo articolato.
L'interno è scuro, nero, come è cupa la situazione fuori. Il clima sembra artefatto, irreale, se non addirittura surreale. Raggi di luce come barlumi di speranza, ma pure lampi di realtà, fanno ogni tanto il loro ingresso ad illuminare i volti sempre più sporchi dei combattenti. Il mondo esterno è filtrato dal mirino del carro, come se l'unica realtà sia la guerra e tutto vada distrutto.
Alcuni dettagli sono insistiti, retorici, come la carne cruda esposta in macelleria che, nel  massacro generale del post-bombardamento, potrebbe anche essere umana, ma altri sono più efficaci, come l'occhio dell'asino ferito a morte che lacrima, tragica parodia di Ejzenštejn. Ad un certo punto il mirino inquadra dei poster, dentro ad un'agenzia di viaggi: Parigi, Londra e poi New York, con le Twin Tower come sinistro presagio e chiaro intervento dell'autore.
Lebanon è quindi anche un film sulla visione. Gli occhi di Shmulik (Yoav Donat), l'artigliere, sono divisi tra l'interno e l'esterno: uno perduto nel mirino ad esplorare l'esterno, unico filtro, oltre alla radio, con il mondo di fuori, e l'altro, quello che possiamo vedere noi, come specchio riflesso emozionale di ciò che osserva. E quando il carro è attaccato dal lancio di una granata la pupilla si dilata, impotente, come per accoglierla. "L'uomo è d'acciaio, il carro armato è solo ferraglia" recita il monito stampato all'interno del mezzo militare, inquadrato immediatamente dopo l'attacco subito, purtroppo le immagini di distruzione sono superiori alle parole. Ma la visione è anche confusa, come quando gli arabi prendono in ostaggio un'intera famiglia e non si sa a chi sparare. E anche l'udito non è chiaro, quando il siriano catturato (Dudu Tasa) viene apostrofato in arabo dal falangista (Ashraf Barhom), che gli prospetta un imminente futuro di torture, senza che i soldati israeliani possano comprendere il discorso né poi il motivo delle sue urla disperate.
La musica extradiegetica interviene pochissimo, solo una nota, secca, ogni tanto, e poi verso il finale, quando la tensione si fa più alta. Poi si inserisce una melodia diegetica, innocua e banale quanto spaventosa, che prelude al massacro imminente, ultima azione, per il momento, della guerra in corso. Una guerra beffarda, che per la paura delle giovani reclute fa morire un innocente mercante di polli e fa recapitare alla madre del pilota Yigal (Michael Moshonov) il messaggio che lui sta bene pochi minuti prima della sua uccisione.
Nell'ultima scena uno dei soldati esce dal carro armato: sono fermi in un paesaggio altamente irreale, un campo di girasoli, l'inquadratura finale. Il massacro è finito, almeno per ora, ma è solo l'inizio di uno strazio che si perpetuerà per anni nelle coscienze dei sopravvissuti.

Paolo Dallimonti