MANDERLAY

Regia: Lars Von Trier
Sceneggiatura: Lars Von Trier
Interpreti: Bryce Dallas Howard; Isaach De Bankolé; Danny Glover; Willem Defoe; Lauren Bacall
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Molly Malene Stensgaard
Origine: Danimarca 2005
Durata: 139’
Sito: www.01distribution.it


“Manderlay” è la seconda parte di una trilogia, USA - Land of Opportunities, dedicata all’America dal regista danese Lars Von Trier, iniziata con il bellissimo “Dogville” e che dovrebbe concludersi nel 2006 con “Washington”, ambientata nella Washington degli anni ’40.
Siamo nel 1933. Lasciata Dogville dopo la strage, Grace, in viaggio verso Denver insieme al padre con il suo seguito di gangsters, scopre che la schiavitù esiste ancora, 70 anni dopo la sua abolizione, in una piantagione in Alabama, chiamata Manderlay, dove il gruppo si era casualmente fermato per mangiare e riposare.
Mossa dalle migliori intenzioni e decisa far cessare questa grave ingiustizia, l’idealista Grace convince il padre a lasciarle alcuni dei suoi uomini e, con le armi a fare la differenza, rovescia facilmente la situazione, costringendo i “padroni” bianchi a lavorare nella piantagione e restituendo la libertà agli schiavi neri.
Una piccola rivoluzione, che sfocia in un vero e proprio esperimento sociale, basato sulla libertà e sui principi fondamentali della democrazia; ma Grace, i suoi uomini, gli schiavi e i loro ex padroni saranno pronti ad un così radicale cambiamento?
“ Manderlay” è un film ambizioso, drammatico e provocatorio esattamente come “Dogville”, che rispecchia stilisticamente, per la messa in scena brechtiana, e come intenti, eppure a “Manderlay” manca un aspetto fondamentale del film che lo ha preceduto in questa attesissima trilogia, la sua profondità, quella fredda e meticolosa esplorazione della natura umana, del suo smisurato egoismo, che ne costituiva l'aspetto migliore. Lars Von Trier opta per un’esposizione fastidiosamente pretenziosa rendendo “Manderlay” molto più didascalico di “Dogville” e meno stimolante, i suoi personaggi mancano di umanità, di forza, prima fra tutti la Grace di Bryce Dallas Howard, più fanciullesca e lagnosa di quella della Kidman, ridotta ad un fascio di buone intenzioni senza molta considerazione per gli effetti prodotti, sul prossimo ma anche su se stessa, dai suoi desideri e ideali.

Anna Lai