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Zaza, 32enne
ebreo d'origini georgiane, frequenta fuori corso l'Università di
Tel Aviv, sta preparando un dottorato in filosofia, ha un appartamento,
una macchina nuova e per i suoi genitori, Yasha e Lilly, ha soltanto bisogno
di una "buona moglie" per aderire al ruolo di figlio modello.
Per combinare in tempi brevi un matrimonio "come si deve", i
genitori, coadiuvati dai parenti più stretti, pianificano una serie
d'incontri con le famiglie delle possibili spose: secondo la tradizione,
la ragazza dovrà essere più giovane, vergine, brava e onesta,
disposta ad uscire di casa il meno possibile, dedita ad accudire al marito
e ai figli. Il ragazzo ha, però, già da qualche tempo una
storia con una donna più grande di lui, Judith, divorziata e con
una figlia di sei anni, che non rientra quindi nei canoni della sposa
ideale. Zaza sarà perciò costretto a scegliere tra il rispetto
delle regole, imposte dalla famiglia e dalle tradizioni, e il vero amore.
Quasi una storia autobiografica questo "matrimonio tardivo",
opera d'esordio di Dover Kosashvili, che con il protagonista ha molto
in comune, scapolo ultratrentenne, stessi studi, filosofia, origini georgiane,
vive in Israele da 1972, e Lili, attrice non protagonista e vera madre
del regista. Kasashvili si serve principalmente d'inquadrature fisse in
ambienti piccolo borghesi, resi estremamente credibili nella loro bruttezza,
variando, molto spesso in modo imprevedibile, il ritmo e il tono del film,
alternando momenti comici a momenti drammatici, senza permettere ad uno
dei due aspetti di diventare prevalente. Di fatto, anche se il film sembra
partire come una commedia brillante, con tanto d'intermezzo erotico impostato
su esplicite espressioni dei piaceri sessuali, non mancano i toni tragici,
fino ad arrivare all'imbarazzante scena dell'irruzione della famiglia
di Zaza nell'appartamento di Judith, che porterà alla rottura tra
i due. Il peso delle tradizioni è il perno intorno al quale si
sviluppa il film, non mancano talismani d'amore realizzati con il prepuzio
di neonati e riti volti ad alimentare nell'amato la fiamma della passione,
verso le quali il regista si mostra rispettoso ma anche severo, senza
abbandonare mai una sottile vena umoristica, alcune volte semplicemente
affidata al ruolo del piccolo cane del protagonista. Da questo quadro
positivo si discosta il finale, appiccicato quasi per necessità,
senza nulla aggiungere se non la misura dell'infelicità del protagonista,
schiacciato dall'obbligo di attenersi alla tradizione, ma anche dall'incapacità
di diventare adulto e di liberarsi dal ruolo di figlio, per eguagliare
il coraggio e la determinazione di Judith.
Anna Lai
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