MOON

Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Cast: Sam Rockwell, Kevin Spacey, Dominique McElligott, Kaya Scodelario, Benedict Wong, Matt Berry, Malcolm Stewart
Fotografia: Gary Shaw
Montaggio: Nicolas Gaster
Musiche: Clint Mansell
Distribuzione: Sony
Origine: GB, 2009
Durata: 95’
Uscita in sala: 4 dicembre 2009
Numero di copie: 7

 



Opera prima che sorprende e avvince per il suo stile vagamente retrò e il suo impatto etico e morale, Moon si rivela inaspettatamente una di quelle piccole sorprese necessarie alla mente e al cuore di un cinefilo e soprattutto al cinema stesso. Purtroppo, il film passerà inosservato in Italia a causa di una distribuzione limitata a poche copie, nonostante i molti consensi della critica all’estero, dove il film è uscito prima dell’estate (in concomitanza con il quarantennale dello sbarco dell’uomo sulla luna, modo per pubblicizzare e lanciare un film di difficile collocazione commerciale, che in realtà ha poco a che fare con l’evento storico in sé).
Il plot sembra quello classico di un b-movie, dietro il quale si nasconde ben altro. L’Helium 3 è un prezioso gas che si ricava grattando la superficie lunare, tramite il quale la terra ha potuto finalmente porre fine alla crisi energetica mondiale. La Lunar è l’azienda che permette il recupero di questo elemento preziosissimo. Sam Bell è un impiegato della compagnia che vive da tre anni da solo su una base lunare chiamata Selene per gestire e supervisionare la procedura dell’estrazione. Come sua unica compagnia Gerty, un robot tuttofare, che esprime le sue emozioni attraverso semplici messaggi “emoticon” e dotato di un linguaggio verbale (che nel film si rivela essere la voce di Kevin Spacey). In seguito ad un incidente, a due settimane dalla fine del suo lavoro, felice e appagato perché sta per ritornare a casa dove lo aspettano la moglie e la figlia, Sam si ritroverà di fronte ad una realtà agghiacciate sulla vera origine di se stesso e sul suo doppio, più giovane di tre anni e molto più forte fisicamente e caratterialmente perché non ha ancora passato tre anni in una totale solitudine alienante che lo ha portato ad un crollo emotivo…Dietro la mano dell’esordiente Duncan Jones (figlio di David Bowie) si nasconde la mente di un cinefilo appassionato dei classici della fantascienza. Infatti, tutto, all’interno della pellicola, riporta alla mente quello stile di cinema classico, che il basso budget a disposizione (solo 5 milioni di dollari) ha fatto di necessità virtù. Jones dimostra, così, che per saper fare un film di fantascienza non c’è bisogno di consumare cifre da capogiro ed effetti speciali digitalizzati e all’avanguardia. Infatti, l’intera base lunare è costruita attraverso modelli ricreati in studio, proprio come avveniva nei vecchi film di genere, le scenografie della base sembrano prese direttamente da un film degli anni Settanta e modellate sulla falsariga di Alien, mentre il periodo storico, non dichiarato apertamente, richiama fortemente a quegli anni attraverso ulteriori e insignificanti dettagli, come i programmi televisivi che vengono trasmessi a Sam (come l’allora popolarissimo The Mary Tyler Moore Show), facendone non solo una forma di omaggio estetico e formale verso di esso e verso il periodo storico designato (ricordiamo che la crisi dell’energia visse uno dei momenti più cupi proprio in quel decennio), ma anche riprendendone un discorso riflessivo e intimista che pone l’essere umano al centro del contrasto fra la solitudine di un universo naturale, e quello delle macchine e della tecnologia scientifica. Il giovane regista rivela il suo punto di forza attraverso la buona competenza nella rielaborazione dei temi classici di questo genere letterario e cinematografico per eccellenza, che si mescola ai toni di un’autorialità mai fine a se stessa o spocchiosa.
La pellicola è, infatti, composta di una scrittura lineare costruita intorno ai connotati psicologici dualistici del personaggio protagonista, sul quale si incentra un discorso filosofico ed etico molto importante sulla condizione dell’essere umano nella sua totalità, diviso fra il suo essere parte di un tutto come il cosmo, contestualizzato all’elemento della natura e vittima inconsapevole delle macchine, che ne hanno fatto un clone, un essere ripetuto e intercambiabile, fatto di memoria immagazzinata, ricordi di una vita appartenuta, in realtà a qualcun altro. L’opera del regista inglese diviene riflessione sull’individuo nella sua unità e dualità riportandoci ad un discorso complesso come quello della clonazione, che ha fatto e fa tuttora dibattere i più importanti filosofi e scienziati del mondo, e l’importanza e il peso della ricerca delle nuove energie, divenute il baluardo da superare nei prossimi tragici anni in cui ce ne saranno sempre meno. L’essere umano, secondo il discorso, di Jones diventa una macchina, un “materiale” che ha una produzione, un consumo e poi viene rottamato per fare posto ad un’altra copia perfettamente uguale, programmata per avere eguale resistenza e funzioni, non considerando che è comunque un essere umano pensante che prova emozioni. L’individuo può essere sostituito e diviene un automa, una costruzione in serie, fondamentalmente, come un computer con un chip che gli permette di immagazzinare ricordi presi dalla  memoria originale. Contemporaneamente, però, nel film, il regista pone una diversa prospettiva quella di Gerty, un robot profondamente “umano”. Moon fa un discorso ampio ed incredibilmente spinoso, che trova terreno in vari campi delle discipline filosofiche e che Jones dimostra di avere acquisito e introdotto all’interno di un discorso cinematografico altrettanto complesso e sviluppato in maniera compatta in tutte le sue forme. Jones resta un regista esordiente da tenere d’occhio e di cui sentiremo parlare a lungo se saprà giocare al meglio le sue carte, ma il plauso va equamente diviso con un Sam Rockwell (che in sostanza recita da solo per la quasi totalità del film) straordinario per la sensibilità impercettibile  con la quale sviluppa i differenti punti di vista dei due cloni, uno all’inizio del suo viaggio, l’altro alla fine, che nell’universo del cosmo si sono incontrati per un caso fortuito dovuto al loro ingegno di individui pensanti ed “umani”.


Erminio Fischetti