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Naqoyqatsi Regia: Godfrey
Reggio
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| Naqoyqatsi,
terza sinfonia visiva, musicata da Philip Glass e dal violoncellista americanoYo-Yo
Ma, chiude la trilogia di Oatsi, iniziata nel 1983 con Koyaanisqatsi (un
ritratto degli scenari urbani e naturali del Nord America, sopraffatta dalla
tecnologia), seguito nel 1988 da Powaqqatsi (trattante l'impatto del progresso
tecnologico sulle culture primitive). Quest'ultima opera, Naqoyqatsi, del
cineasta Godfrey Reggio ha come tema di fondo la globalizzazione e documenta
un mondo alienato, dominato solo dai mass-media. Il film è strutturato
in tre parti: la prima, Numerica.com, ripercorre l'evoluzione del linguaggio
umano dall'alfabeto sino ai codici numerici e alla realtà virtuale,
metafora di un corpo in trasformazione; la seconda, Circus Maximus, descrive
con immagini di atleti in azione come la sete di potere, la competizione
ed il denaro siano all'apice dei valori umani; la terza, Rocketship 20th
Century, mostra una navicella spaziale e gli esiti disastrosi della velocità,
della guerra e della violenza. Presentato fuori concorso al Festival di Venezia, Naqoyqatsi, il cui titolo in lingua Hopi, come gli altri, è metafora di: "una vita in cui gli individui si uccidono l'un l'altro"; "guerra come stile di vita"; "violenza civilizzata". Godfrey utilizza un linguaggio cinematografico post-moderno alquanto significativo, sbalordendo con delle immagini ed una sinfonia esotica che rifiutano la narrazione classica, che predilige il discorso, preferendo, invece, un ritmo incalzante, che traspone l'inquietudine dei giorni nostri attraverso la combinazione di colori e immagini digitali, che si compongono e scompongono, in una sorta di danza lirica e astratta. La realtà rappresentata diventa doppia, trina e il regista pare voglia condannare l'uso del progresso fatto da quei detentori del potere, deicidi, incapaci di sopperire al bene comune ed agili nel conseguire il proprio fine. Ormai, l'umanità procede verso l'auto-annientamento e non cerca di ritornare all'originale ordine naturale. Il collage di immagini rielaborate digitalmente scorrono sullo schermo al ritmo incalzante di una melodia ora dolce ora angosciante, adeguando così il proprio stile sperimentale alla ricerca di un nuovo linguaggio virtuale. I volti di cera di Eisestein, di Bin Laden, del Papa e dei pupi sono mescolati a crude sequenze di povertà, disboscamenti, ma purtroppo il regista inglese spesso si lascia prendere troppo dall'astrazione fino a suscitare dubbi sulla veridicità estetica di alcuni passaggi. Tuttavia, il merito gli va per aver saputo raccontare una storia con il solo ausilio della cinepresa, capace di catturare una porzione di realtà. L'assenza dei dialoghi si ricollega alla sfiducia nel linguaggio per descrivere il mondo e alla riproposta della "figura" onnipresente e simbolica. Il finale aperto di Naqoyqatsi , testimonia la speranza per un futuro diverso e la direzione da prendere in questa società, in cui la tecnologia sembra voler garantire la felicità, la guerra diventa istitutiva e la violenza civilizzata.
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