IL NASTRO BIANCO

Titolo originale: Das weisse Band – Eine deutsche Kindergeschichte;
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Cast: Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghardt Klaussner, Steffi Kϋhnert, Josef Bierbichler, Rainer Bock, Susanne Lothar, Branko Samarovsky, Detlev Buck, Roxane Duran
Fotografia: Christian Berger
Montaggio: Monika Willi
Scenografia: Christoph Kanter
Costumi: Moidele Bickel
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Austria/Germania/Francia/Italia, 2009
Durata: 144’
Data di uscita: 30 ottobre 2009
Numero di sale: 45


È difficile mettere in ordine le idee per parlare di un capolavoro cinematografico come Il nastro bianco di Michael Haneke e riuscire a farlo in poche migliaia di battute appare oltremodo una titanica impresa. Il nastro bianco è cinema! Cinema in ogni suo fotogramma. E scusate se è poco!
Una vicenda a cavallo tra il 1913 e il 1914 in un villaggio della Germania protestante del Nord. A contatto le storie delle famiglie locali; quella del barone, dell’intendente, del pastore, del dottore, della levatrice, dei contadini … e dei loro figli, il futuro della Germania. Fatti inspiegabili accadono quotidianamente; il dottore cade da cavallo e rimane ferito perché il suo animale è inciampato in una corda messa lì apposta, il figlio della levatrice viene sfigurato e reso quasi cieco e non si capisce bene da chi, la moglie di un contadino muore cadendo accidentalmente nel corso del suo lavoro, il figlio del barone è oggetto di soprusi e violenze… Si respira l’aria imminente della Prima Guerra Mondiale, ma soprattutto il clima torbido e inquietante che avrebbe generato i futuri ideali delle classi sociali del Nazismo.
Haneke dice tutto non facendo risaltare nulla, non sottolinea nulla; lascia che le immagini, il tono asettico delle inquadrature e l’immobilità della macchina da presa (che riporta in luce alcuni aspetti del découpage narrativo di William Wyler), la totale privazione di un commento musicale, un bianco e nero depauperato di sfumature, freddo come la lama di un coltello, facciano tutto ciò che è necessario per rendere la sua opera un agghiacciante documento di “percezione” e una rappresentazione implosiva del seme maligno che sembrava già ben sedimentato, nella società germanica del 1913, nei suoi bambini, ma che avrebbe raggiunto la sua più estrema espressione da lì ai successivi trent’anni. La severa educazione protestante riecheggia, proprio a causa della sua implosione intellettuale e culturale e della sua castrante visone della vita, come il fulcro del male e dei futuri comportamenti, come modello promotore di tanti misfatti, di tanti incongruenti problemi e si rivela in contrapposizione con gli ideali di purezza che patrocinava, poi rivelatisi ipocriti, fasulli, mistificatori. Haneke, così, ne fa una profonda analisi sociologica e storica di quegli anni estendibile a tutto il concetto di “Novecento”.
Ma non è solo il male che riusciamo a percepire, a toccare quasi con mano, attraverso i nostri occhi, sommersi in quelle immagini di purezza linguistica, ma anche una sorta di saggio di destrutturazione della storia del cinema. Il nastro bianco vive di riferimenti filmici: per prima cosa, probabilmente questo film non avrebbe mai visto la luce se Ingmar Bergman o Murnau o Dreyer non fossero mai venuti al mondo e con loro molti tocchi della poetica espressionista tedesca o la rielaborazione della densità della pittura fiamminga o certi aspetti del cinema muto, ripreso proprio dal periodo in cui la vicenda viene sviluppata all’inizio degli anni Dieci, o il rapporto fra il cinema, il teatro, la psicanalisi e il suo concetto di maschera non si fossero diventati insiti nella nostra cultura.
Si narra, in questo film, della vera natura oscura dei personaggi, magri come giunchi o rami spezzati, basti osservare gli impercettibili movimenti nevrotici della levatrice, che si muove nel territorio immobile del villaggio e che indossa sempre un severo abito nero, come se rappresentasse la morte, inserita in un contesto di anime perdute, e non colei che aiuta le partorienti a dare la vita, sinonimo di speranza e gioia. Un personaggio, il suo, che non può non riportare alla memoria, per certi aspetti, la morte ne Il settimo sigillo di Bergman, così come la durezza del pastore non può non far pensare al crudele vescovo Vergérus di Fanny & Alexander, con cui quest’opera ha in comune non solo lo sfondo della cultura protestante, ma anche un profondo senso si intellettualità morale e artistica.  Una fotografia, priva di ombre e costellata da continui contrasti fra un bianco puro, virginale e un nero corvino, che mostra l’essenza di un male ancestrale, è oggetto primario del film, al quale concede un ulteriore valore simbolico, sviluppato in un connubio di estetica esteriorità e di delicata interiorità cinematografica.

Erminio Fischetti