NATURAL CITY

Regia: Min Byung-Cheon
Sceneggiatura: Min Byung-Cheon
Interpreti: Ji-Tae Yoo; Rin Seon; Jae-Eun Lee; Chan Yoon; Eun-Pyo Jung; Gu Shin
Fotografia: Jun-Kyu Lee
Montaggio: Min-Ho Kyung
Origine: Corea 2004
Durata: 98’


2080. La convivenza tra gli esseri umani, decimati dall’ennesima guerra nucleare, ed i cyborg, cloni muniti di DNA umano utilizzati per svolgere quei lavori che gli uomini sono restii a fare, appare assolutamente naturale; ogni cyborg possiede una specifica programmazione ed è destinato a spegnersi alla scadenza del periodo di vita stabilito. R, un poliziotto della MLPC incaricato di trovare e distruggere alcune macchine ribelli, si innamora di Ria, una ballerina cyborg destinata a spegnersi entro tre giorni, e per salvarla si rivolge al dott. Giro uno scienziato del tutto privo di etica e moralità. Questi gli propone di innestare il chip di Ria nel cervello di un essere umano, Cyon, una ragazza che sopravvive prostituendosi e leggendo il futuro nei bassifondi. Purtroppo anche Cyper, un cyborg da combattimento fuggito prima delle fatidica data di scadenza, è sulle tracce della ragazza, per trasferire in lei la sua memoria e vivere così in eterno. Per R si tratta di una corsa contro il tempo, per la sopravvivenza di Ria e di tutto il genere umano.
Sono fondamentalmente due i problemi di “Natural City”, il primo è, come avrete già intuito, la trama. Una narrazione inesplicabile che disorienta lo spettatore sballottato tra una scena d’amore ed una d’azione, entrambe piuttosto improbabili, e, man mano che si procede nella visione, sempre più interdetto davanti allo svolgimento degli eventi perché incapace di rispondere a quesiti fondamentali del tipo “perché R è così ossessionato da Ria la quale, essendo un cyborg, ha il fascino di una prugna secca?” perché Noma è talmente paziente e protettivo con lui da sacrificare la sua stessa vita?” Il secondo problema è “Blade Runner”, davanti al capolavoro di Ridley Scott “Natural City” appare incredibilmente vecchio e datato, incapace di coinvolgere e turbare perché troppo freddo ed impersonale, esteticamente più vicino ad un videogioco che ad un’opera cinematografica.

Anna Lai