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OASIS
Regia: Lee
Chang-Dong
Cast: Sol Kyung-gu, Moon So-ri, Ahn Nae-sang, Ryoo Seung-wan, Chu Gui-jeong
Sceneggiatura: Lee Chang-Dong
Fotografia: Choi Young-Taek
Origine: Corea, 2002
Durata: 132'
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Hong Jong-du
è appena uscito di prigione e non ha tutte le rotelle a posto.
Han Gong-ju è una paralitica che vive da sola dimenticata da tutti.
I due si incontrano e nasce l'amore. Ma la loro storia è destinata
a risolversi in tragedia.
Lee Chang-Dong, che si era messo in luce a Cannes nel 1999 con Peppermint
candy, è il regista del guazzabuglio. Nel suo film sceglie tutte
le strade che vuole, le percorre, le abbandona, torna indietro, cambia
tragitto e ricomincia. Si potrebbe pensare che non sa quello che fa ma
non è così. Le sue scelte non sono casuali. Nel momento
in cui si pensa una cosa, lui cambia le carte in tavola e la nostra visione
si dissimula e si trasforma nel perfetto opposto, nello stesso modo in
cui l'handicap della ragazza svanisce nella sua fantasia (si alza, cammina,
balla) e svela il trucco dell'attrice. Se all'inizio l'incontro tra i
due losers potrebbe far pensare ad un visione della realtà politically
correct, il regista si affretta a smentire l'idea che ci siamo fatti mostrando
il mostro che alberga nella "normalità" (i vicini di
casa che scopano senza problemi davanti agli occhi di una paralitica,
i familiari che, per ottenere un appartamento di lusso, lo intestano ad
una handicappata che però continua a vivere da sola in un'altra
casa). Il regista non è interessato tanto a scioccare ma vuole
semplicemente narrare una storia d'amore che, se la società veramente
fosse open minded come dice di essere, non dovrebbe disturbare. Perché
disgusta vedere una paralitica che fa sesso? Forse perché si pensa
che una paralitica non possa godere? Forse perché si pensa che
una paralitica non possa desiderare di fare l'amore? O forse perché
si preferisce pensare che questo tipo di amore non possa esistere? Forse
perché l'handicap senza tragedia spiazza la nostra coscienza avida
di morbose rassicurazioni?
Durissima critica alla famiglia e alla società che nella sua cieca
crudezza ricorda quasi il Loach di Family life, Oasis insiste sulla incomunicabilità
tra due mondi, sull'incomprensione dell'amore, sull'individualità
dei sentimenti e sulla condivisione della verità (solo i due losers
sanno che si amano e che non c'è stata violenza ma non riescono
a comunicarlo al mondo intero). Disturbante quanto volete ma specchio
della mostruosità che i cosiddetti normali si illudono di trovare
negli altri e di non avere dentro di sé.
Marco Catola
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