 |
|
L'odore
del sangue
Regia: Mario
Martone
Cast: Michele Placido, Fanny Ardant, Giovanna Giuliani, Sergio Tramonti,
Italo Spinelli, Norman Mozzato, Anita Bartolucci, Riccardo Scamarcio
Sceneggiatura: Mario Martone
Fotografia: Cesare Accetta
Musica: Mario Iaquone
Produzione: Donatella Botti per Bianca Film, Mikado, Arcapix
Distribuzione: mikado
Origine: Francia/Italia, 2003
Durata: 100'
Sito: www.mikado.it
|
|
|
Dal
libro postumo di Goffredo Parise, il regista napoletano Martone trae "L'odore
del sangue", una storia di amore, morte ed ossessione tra due coniugi,
ambientata nel quartiere romano dei Parioli. I due conducono una vita di
coppia aperta ad esperienze sessuali e sentimentali con altre persone. Carlo,
un giornalista che sta tentando di scrivere un libro, ha una relazione con
Lù, una strana ragazza di campagna, ma è sposato con Silvia,
un'affascinante donna in carriera che inizia ad avere un rapporto ambiguo
con un giovane di destra, incolto, violento ed autolesionista. Geloso di
questo rapporto, il marito, che l'aveva trascurata per molto tempo, è
di nuovo attratto ed interessato a lei, che scopre in un'inedita dimensione
erotica. Silvia, che si concede anche ai suoi amici e alle loro perversioni,
chiede a Carlo di lasciare la loro casa, per vivere la storia con il suo
misterioso amante con maggiore libertà. Il marito spinge la donna
innamorata a gesti sempre più estremi e non riuscirà ad impedire
la sua autodistruzione.
Dopo aver diretto alcune regie teatrali e film come "L'amore molesto,
1995" e "Nella Napoli di Luca Giordano, 2001", Martone s'ispira
ad una piccola storia di Parise 'maledetta' e dimenticata, che solo nel
1997 è stata pubblicata dalla Rizzoli. La vicenda parla di una coppia
di borghesi, che inseguendo l'utopia d'una piena e consapevole libertà
sessuale, scoprono i loro limiti, le loro miserie, le loro inadeguatezze
e si annientano reciprocamente a furia di bugie, ipocrisie, dolori, rancori.
Martone si allontana dal libro di Parise: la Roma degli anni di piombo diventa
una città senza una precisa collocazione temporale; la figura di
Lù è una sorta di ragazzetta dalla bellezza androgina; le
connotazioni politiche sono del tutto assenti; i dialoghi sono forti, espliciti
e le parole raccontano l'eros in modo dettagliato. Il regista si affida
ad una narrazione rarefatta, teatrale ed i momenti migliori de "L'odore
del sangue" sono i dialoghi tra Carlo e Silvia, da cui traspare un
mistero quasi da thriller attorno alla figura dell'amante fascista di lei,
sempre assente/presente e mai visibile, che la trascinerà in un baratro
da cui non farà più ritorno. Questo film presenta anche alcune
sequenze hard molto brevi, avulse dal contesto, che hanno creato qualche
problema con la censura, e termina in modo oscuro con il corpo di Silvia
sfigurato da innumerevoli tagli di lamette e la musica composta da Berlioz
per Romeo alla tomba di Giulietta. Il film di Martone è tragico ed
il finale mostra come una donna matura come Silvia abbia scelto la strada
della distruzione, pur di non rinunciare al suo amore proibito.
Grazia Monteleone
Intervista
a Mario Martone, a Michele Placido, a Fanny Ardant e a Giovanna Giuliani
D:
Il film è liberamente ispirato al romanzo. I riferimenti politici
sono molto sfumati. Come avete lavorato?
M: Il libro di Goffredo Parise "L'odore del sangue",
scritto negli anni '70, è stato pubblicato dopo la sua morte nel
1997 e quando apparve sprigionò l'arte di un poeta contemporaneo.
Parise scrive che per lui il libro fu una sorta di terapia ed anche per
me fu lo stesso. Non ho preso spunto dal libro, ma ho cercato di attuare
dei cambiamenti. Ogni cambiamento è stato il frutto di un rapporto.
Fa da sfondo alla vicenda la Roma degli anni '70 ed abbiamo cercato di
interiorizzare quel clima. Parise ha osservato la violenza umana che è
dentro l'uomo.
D: Ardant e Placido cosa vi ha affascinato di tale storia?
A: A me colpì l'amore di Silvia. Lei è oggetto dello
scandalo, precipita le cose e questo suo itinerario mi ha colpita molto.
P: Non ho voluto leggere il libro. M'interessava solo essere diretto
da Mario. La sua sceneggiatura mi piaceva e ho cercato di lavorare con
il mio metodo: poche informazioni e cercare di dare molta emotività.
D: Quando si parla di passione, sessualità c'è dubbio
su ciò che viene narrato nel film. Nella prima parte il dialogo
è più preciso, più esplicito, nella seconda parte
all'opposto ci sono troppe ellissi.
M: Nel libro la parola è l'elemento più forte. Parise
con parole semplici diceva cose oscure. Le parole usate sono concrete
e reali. I personaggi parlano in maniera diretta, cercando di non nascondere
ed invece nascondono. Si entra in un labirinto. Ognuno di noi sa cosa
viene detto. Parise rende chiaro e limpido ciò che è oscuro.
Le immagini del film sono chiare e cercano di mostrare ciò che
accade.
A: Parise è cresciuto in un'altra epoca ed è diverso
il suo atteggiamento verso l'ossessione d'amore.
P: Ci facciamo più male oggi, rispetto agli anni '70. Le
nostre storie sono più confuse. Cecov diceva "Poveri uomini".
Oggigiorno tutto è peggiorato.
M: Carlo è il colpevole. Parise nel suo libro lo dice, nel
film allo spettatore lo si fa intendere. Con Fanny abbiamo detto che il
film è una sorta di tragedia greca. C'è il destino che piomba:
il destino del ragazzo che non si vede. Nel romanzo costui è il
destino che piomba sulla vita di Silvia. Nel libro Paloma è l'oggetto
di desiderio, di purezza di Carlo di vivere in campagna. Non vi è
solamente senso di colpa nel film.
A: Tutti i personaggi vanno verso la loro distruzione. La donna
si sente abbandonata dalla vita. Il film è tragico, non c'è
nessun colpevole.
D: Lei (Ardant) aveva letto il libro e poi la sceneggiatura?
A: Avevo letto il libro e ho provato una forte impressione.
D: Le piacciono i personaggi di mogli contorte, che hanno bisogno
di passionalità?
A: Vero mi piacciono. Amo le cose contraddittorie. Non mi piace
la trasparenza. Silvia è il contrario di Nathalie, che nel film
di Anne Fontaine è la moglie di un Depardieu infedele ed assolda
la prostituta Emmanuelle Béart per sedurre il marito e farsi raccontare
quei desideri dell'uomo che lei non conosce più. Nathalie ascolta,
al contrario di Silvia che parla.
D: La scelta di Placido è stata accurata?
M: Il protagonista maschile da cercare non era facile, poi ho visto
Placido al Festival di Francia, mentre presentava il suo film e l'ho scelto.
Cerco di lavorare con gli attori, cercando di creare un campo di azione.
Dico poco. Solo quando l'attore fa qualcosa che ti sbalordisce, significa
che il lavoro svolto è andato bene.
G: Mario ha avuto una forte presenza. Era attratto dall'ineffabilità.
Per il mio personaggio cercavamo la selvaticità di Paloma, diverso
da quello della 'fascistella'. Questo personaggio un po' silvestre non
può essere inquadrato in nessuna epoca. Doveva essere una specie
di elfo. Martone dà libertà di creare ed interpretare personaggi.
D: Ci sono simbolismi nel film? Silvia è la donna fatale,
Lù la ragazzina.
M: Non ci sono simbolismi. Lù rappresenta la purezza e lui
sprofonda nel rapporto con Silvia. Ci sono corpi che vivono la vicenda
attirati dalle loro caratteristiche. Carlo è uno degli ultimi personaggi
tragici della letteratura.
D: Parise aveva rapporti contorti con se stesso. Come ha tradotto
il suo rapporto di sesso sullo schermo?
M: Non solo Parise, ma anch'io. Nel film non vediamo cosa succede
a Silvia, ma cerco di dare spazio all'immaginazione. C'è un rapporto
tra dimensione ed oscurità. Parise crea il mistero di non dire,
così come io con le immagini.
A: Il bello del film è lasciarsi andare con la parola e
la menzogna. Silvia parla per provocare, per non dire la verità.
Grazia Monteleone
.
|
|