Open Hearts

Regia: Susanne Bier
Cast: Sonja Richter, Nikolaj Lie Kaas, Mads Mikkelsen, Paprika Steen
Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen
Produzione: Peter Aalbaek, Zentropa
Distribuzione: e.mik
Origine: Danimarca, 2002
Durata: 114'
Sito: www.open-hearts.de/

 


Cecilie e Joachim sono giovani e innamorati. Hanno deciso di sposarsi, quando lui completerà gli studi. Ma quando Joachim viene investito da un'auto al cui volante c'è una donna, Marie, il sogno finisce: il ragazzo non potrà più camminare e, sconvolto, non vuole più vedere Cecilie. Marie, in preda a sensi di colpa, spinge suo marito Niels, primario nello stesso ospedale in cui è ricoverato Joachim, a stare accanto a Cecilie. A poco a poco la confidenza tra i due si fa sempre più intima, fino a farli diventare amanti. Niels lascia Marie e i loro tre figli, ma un giorno Joachim si rifà vivo. Per Cecilie arriva così il momento di fare una scelta tra il grande amore della sua vita ed una nuova storia.
"Open Hearts", cuori aperti. Aperti alla vita, all'amore, ma anche, inevitabilmente, alla sofferenza. Cecilie, Joachim, Niels, Marie, sono tutti destinati, che lo vogliano o meno, a ferire e ad essere feriti, prima di poter approdare alla libertà morale che li svincola dai sensi di colpa che la loro triste situazione comporta e a raggiungere la piena consapevolezza di sé stessi e dei loro bisogni. Fedele al voto di castità del manifesto Dogma 95, Susanne Bier utilizza la macchina a mano (ma inframmezzando le scene con immagini in super 8, a simboleggiare ciò che i protagonisti vorrebbero che accadesse) e realizza un'opera commovente e affascinante, pur nella sua estrema semplicità. Se si vogliono cercare paragoni con altri film aderenti allo stesso stile, è facile rintracciarli in "Le onde del destino", con cui ha in comune il tema dell'handicap e del sacrificio che si compie in nome dell'amore, ma le similitudini finiscono qui. Benché tratti un argomento delicato, "Open Hearts" non ha la cupezza del capolavoro di Von Trier, né la Bier possiede i virtuosismi esasperati del suo mentore. Lungi dall'essere un difetto, questa mancanza consente alla regista di firmare un film leggero e fresco, che sfiora il limite del patetico ma non supera mai il confine, arrivando ad un finale di speranza, aperto a varie soluzioni. Candidato come miglior film agli Oscar europei del 2002, è stato inoltre selezionato per concorrere agli Oscar 2002 per la Danimarca come Miglior Film straniero.

Simona Ottavo