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Incontro
con Marco Bellocchio
Abbiamo
incontrato Marco Bellocchio a Roma, in occasione del lancio del nuovo
film "L'ora di religione" in concorso al prossimo Festival di
Cannes
"Che
fai, ridi?" Ernesto Picciafuoco nell'arco di un paio di giorni se
lo sente chiedere ben tre volte. Ed è un sorriso irritante il suo,
carico di tutto il cinismo, l'ironia e l'incredulità che un laico
può nutrire nei confronti delle bizzarrie proprie dei religiosi.
Ernesto, il protagonista dell'ultimo film di Marco Bellocchio "L'ora
di religione", fa il pittore, ma nonostante una spiccata sensibilità
estetica (la stessa che "negli spazi inutili e secondari libera tutto
il suo talento"), rifiuta qualsiasi metafisica che non sia quella
dei suoi quadri.
Un giorno però Picciafuoco scopre che quel sorriso che non riesce
a togliersi dalla faccia è lo stesso di sua madre, uccisa anni
prima da un fratello infermo di mente, la stessa madre che oggi tutti,
preti e parenti, improvvisamente vogliono far santa. E seppur ce ne sarebbe
di che guadagnare in termini di notorietà e ricchezza, Ernesto
sembra rimanere estraneo ai fervori pseudo-religiosi dei suoi interlocutori,
troppo preso dall'affetto per suo figlio e dalla nuova insegnante di religione
del bimbo. In verità la realtà quotidiana che il protagonista
si trova a vivere è totalmente inserita in una dimensione surreale,
grazie alla quale Marco Bellocchio può permettersi di caratterizzare
eventi e persone in maniera del tutto particolare (vedi ad esempio lo
sgradevolissimo editore, il Conte Bulla o l'architetto impazzito per la
bruttezza del Vittoriano). In questo senso inquadriamo meglio altre scene,
come lo strano "festino" popolato di massoni e prelati, l'improbabile
duello di spade che si svolge all'alba del mattino successivo, il teatrino
religioso messo su dai parenti che sperano di guadagnare qualcosa dalla
beatificazione della madre uccisa. Bellocchio con questo film tocca molti
altri temi (i motivi che incrinano le unioni familiari, l'affetto di un
padre verso il figlio, l'innamoramento per qualcuno che non si conosce
ancora e più in generale la dissoluzione dei valori), ma di tanto
in tanto forza qualche passaggio, compromettendo la fluidità narrativa
del film.
Fortunatamente il regista piacentino, tornato alla regia dopo 3 anni di
silenzio (La Balia è del 1999), trova in Sergio Castellitto un
magnifico interprete.<<Non
temo le critiche dei cattolici - ha dichiarato l'attore - perché
credo che il film sia soprattutto contro l'ipocrisia con cui la società
civile si appropria del dogma. Il film nasce come riflessione sulla coerenza
e abbraccia il tema delle relazioni umane, della crisi interiore di un
artista che vive in primis una catastrofe affettiva>>
Anche Bellocchio, che ancora una
volta si compiace di indagare l'animo umano e l'affettuosità dei
suoi personaggi, è sostanzialmente d'accordo e aggiunge: <<Io
non intendo andare contro nessuno. Racconto la storia di una famiglia
in cui è avvenuta una catastrofe, dovuta a delle assenze e delle
mancanze, le stesse che il protagonista trova rispecchiate nel sorriso
della madre. Un sorriso enigmatico, sottilmente ironico, che nasconde
una grande freddezza e anaffettività>>.
Nel trattare certi temi, lei sembra attratto fortemente dalla
religiosità. E' possibile che lo sforzo di negare Dio tradisca
piuttosto una nostalgia o una mancanza?
<<Io sono un uomo laico. Credo nell'uomo e nei rapporti umani. Ma
certamente trovo più interessante dialogare con un sacerdote sull'assurdità
della sua fede, che con un razionalista il cui pensiero non tradisce misteri.
Non dimentichiamo che la fantasia e l'assurdità delle cose rappresentano
il pane quotidiano per chi si occupa di cinema>>.
Allora il dubbio ha un suo valore?
<<Ernesto traballa nel momento in cui confessa al cardinale di essere
ateo. In realtà è come se fosse attratto da qualcosa che
non gli piace. A me colpisce il fatto che un laico possa comunque esser
intimorito da qualcosa in cui non crede. Il mio film in ogni caso non
pretende di dare speranze all'uomo, ma gli riconosce l'entusiasmo della
lotta. Non parlo di gente sconfitta o rassegnata, ma di gente passionale,
che ha un vitalità profonda e una certa capacità sentimentale>>
La sceneggiatura sembra molto complessa. Come si orchestrano così
tanti elementi diversi?
<<Tutto nasce da un lavoro fatto sul campo. Io prendo molto dagli
altri. In questo caso Piera Degli Esposti che è un'artista e va
lasciata libera, lo stesso Sergio Castellitto che ha tagliato e aggiunto
delle scene, mi hanno molto aiutato. Credo che la verità e l'umanità
nascano da quello che avviene sul set, in quel momento preciso. Anche
perché le persone con cui lavori sono diverse da come te le eri
immaginate>>.
La religione aiuta a sconfiggere la paura della morte?
<<Sottoscrivo una frase di Blasetti che ho ascoltato in TV giorni
fa: "Invecchiare mi fa incazzare">>.
In che modo il cinema può contribuire al dibattito sul
conflitto israeliano-palestinese?
<<Credo che la riflessione teorica non abbia alcuna importanza:
è sciocco pretendere la condanna del terrorismo: meglio sarebbe
interporsi, come è stato fatto nella ex Jugoslavia, ed impedire
che ci si massacri a vicenda. Poi resta il fatto che un film come No Man's
Land (per rispondere a Veltroni che nel corso della cerimonia per la consegna
dei David di Donatello ne auspicava una sorta di remake con protagonisti
un israeliano e un palestinese, ndr) io non lo saprei fare>>.
L'Ora di Religione uscirà nelle sale italiane il 19 aprile.
Francesca
Onorati
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