L'OSPITE INATTESO

Titolo originale: The Visitor
Regia:   Thomas McCarthy
Sceneggiatura: Thomas McCarthy
Cast: Hiam Abbass, Amir Arison, Danai Jekesai Gurira, Richard Jenkins, Maggie Moore, Tzahi Moskovitz, Laith Nakli, Haaz Sleiman
Fotografia: Oliver Bokelberg
Montaggio: Tom McArdle
Musiche: Jan A.P. Kaczmarek
Distribuzione: Bolero Film
Origine: Usa, 2007
Durata: 103’
Sito: www.thevisitorfilm.com
Data di uscita: 05 Dicembre 2008
Sale: 20

 


Permangono forti sensazioni di un mondo e di personaggi esclusi ne L’ospite inatteso, seconda regia di Tom McCarthy. Il film  racconta l’incontro tra un docente universitario di Economia del Connecticut e una giovane coppia di immigrati irregolari. Walter dalla morte della moglie si è chiuso dietro un muro di indifferenza e solitudine, ma quando è costretto a recarsi a New York per una conferenza scopre che il suo appartamento, da tempo disabitato, è stato subaffittato a Tarek (di origine siriana) e Zainab (di origine senegalese).
Inizialmente sconcertato, il professore decide di ospitarli finché non avranno trovato una nuova sistemazione. Ben presto, tra lui e Terek nasce una grande amicizia sviluppatasi a causa dell’amore per la musica e, in particolare, per il tamburo, come strumento musicale.
Un giorno, però, a causa di un banale fraintendimento, il giovane finisce nelle mani della polizia e da qui in un centro di detenzione dell’I.C.E (Immigration and Customs Enforcement). Sconvolto per come vengono trattati gli immigrati negli Stati Uniti, Walter cerca di aiutare il giovane meglio che può, oltre ad essere l’unico a potergli fare visita nel centro. Nel frattempo, preoccupata, arriva dal Michigan la madre del giovane, Mouna, una donna molto sensibile costretta a rivivere le sofferenze provate anni prima quando il governo siriano aveva incarcerato e portato alla morte il marito giornalista a causa di un articolo poco gradito al governo. Così tra lei e Walter si instaura una comprensione e un affetto molto profondo.
McCarthy, dopo il bellissimo The Station Agent, conferma la sua sensibilità di sceneggiatore e regista nel descrivere in maniera delicata e sobria un gruppo di personaggi che si incontrano e sanno essere fonte di sostegno l’uno per l’altra. Uno stile e una poetica già riconoscibili in questa sua seconda fatica. Tra i quattro protagonisti, Terek è senza dubbio colui che riesce a trascinare le persone verso quella forza della vita che essi stessi credevano di non possedere più e che si era spenta. È grazie a lui che Walter riesce a trovare il suo ritmo. La musica rappresenta quindi la metafora dell’esistenza e la sua ricerca più appassionata attraverso i “suoni” degli affetti e dei sentimenti, sempre postulati all’interno di una vicenda dominata da un senso di appartenenza frastagliato pur contemporaneamente chiaro.
La questione dell’immigrazione e dei coinvolgimenti del governo americano entra a far parte di tutto questo in maniera discreta, con toni smorzati, mai appellandosi alla prosaicità della denuncia spiccia. Infatti, la pellicola si pone la questione senza mai fare ricorso agli stilemi retorici ed enfatici del cinema a tesi. L’opera, che ha ricevuto il Patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), pone l’accento sul problema in maniera equilibrata e lo mescola sapientemente tra il suo valore sociale e quello della dignità umana, impreziosito da un finale duro e amaro perfettamente in sintonia con la realtà contemporanea. Il vibrante senso psicologico dei personaggi è sviluppato con profondo professionismo dai suoi interpreti sui quali domina un Richard Jenkins, che attraverso il volto dell’uomo comune tesse un Walter Vale di straordinaria forza e carica umana, nella quale il senso di intorpidimento esistenziale iniziale è solo una maschera dietro la quale si nasconde il suo io, che, però, alla fine riesce a trovare il suo posto nell’immane andare e venire degli uomini in questo posto chiamato “mondo”. Hiam Abbass (dal 12 dicembre sugli schermi italiani anche come protagonista nell’israeliano e acclamato Il giardino di limoni), nel ruolo di Mouna, ritrae una donna di una bellezza livida e fiera, il cui orgoglio personale è superato soltanto dal coraggio di sopravvivere all’annientamento della quotidianità e si rivela un’attrice dotata di grande pathos, mai espresso in maniera vistosa, ma sempre con i toni della riservatezza. Si spera soltanto che i nomi di questi due interpreti ai prossimi Oscar non vengano dimenticati per fare posto sempre ai soliti. Fortunatamente nei festival e nei premi più “indipendenti”  sta ottenendo degli ottimi riscontri. Siate gentili: andate a vederlo perché ne vale davvero la pena e spargete parola.

Erminio Fischetti