| Una
donna ad un check-point israeliano. Un soldato controlla la sua borsa
con sguardo
carico d’odio, restituendole i documenti in un gesto sadico. I
due si fissano a lungo.
Ecco l’inizio, sintesi di un conflitto. Come anche l’ambientazione
a Nablus, uno dei luoghi cruciali dell’occupazione, cittadina di
decine di migliaia di palestinesi al cui interno negli anni si è insediata
una piccola colonia ebraica di poche centinaia di abitanti difesa militarmente.
Cosa può esserci di normale qui, se in negozio vanno a ruba, in
noleggio e vendita, videocassette sui proclami di aspiranti attentatori
suicidi e processi ai collaborazionisti? Allora trovano spazio persino
istanti di spirito – vedi la dissertazione sulla Svezia – rasenti
il grottesco (la lettura del testamento spirituale con la videocamera che
si blocca di continuo).
Ci sono due ragazzi, amici dall’infanzia, senza prospettive, prenotatisi
come bombe umane. Giunge il loro momento. In una base nascosta, il rituale
preparatorio su un sottofondo di preghiera: vengono lavati, rasati, imbracati
di esplosivo e ben vestiti. Ma se per un imprevisto l’azione è rinviata,
nel tempo a disposizione in vista della successiva lo stress psicologico
accumulato diventerà determinante, perché siamo davanti ad
esseri umani - al di fuori delle etichette di “terrorista” o “martire” -
nei quali il fanatismo religioso non rappresenta una certezza assoluta
ed è solo una delle motivazioni (“sempre meglio avere il paradiso
nella testa che vivere in questo inferno”). Ben altre responsabilità hanno
coloro che nell’ombra, secondo freddi calcoli fanno sacrificare giovani
vite per colpire soprattutto civili.
Ma tutto ciò è un'atroce conseguenza. Uno dei due amici è figlio
di un collaborazionista giustiziato, nato in un campo profughi, senza la
possibilità di uscire. Secondo lui il crimine peggiore è usare
i deboli, allo stesso modo in cui la forza occupante ha usato suo padre,
per distruggere la moralità di un popolo. La vita diventa così senza
dignità, quindi nulla, e chi ne è causa deve pagarne il prezzo.
Israele a livello internazionale recitando al contempo la parte del carnefice
e della vittima ha trasformato la sua controparte in qualcosa di speculare,
pronta a perdere la propria vita pur di toglierla a chiunque rappresenti
il nemico.
Merito di tali considerazioni è la sceneggiatura del regista palestinese
Hany Abu-Assad, scritta a partire dal 2000 insieme al socio con cui ha
fondato una casa indipendente - la Augustus Film - dopo essersi dedicato
alla produzione televisiva. Passato a cortometraggi e documentari sulla
sua gente, Abu-Assad ha girato “paradise now” utilizzando finanziamenti
e parte della troupe europei, tra le difficoltà che si incontrano
nelle zone belliche, in lingua araba, con attori già visti in “la
sposa siriana”, “exils”, “satin rouge”. E
rappresenterà il suo paese (ancora virtuale) nella corsa all’Oscar
per il miglior film straniero.
Fedro (“Visionari” – Radio Onda Rossa”)
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