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2014. Una
troupe televisiva sta cercando materiale su Riki Kandinski, un pornodivo
gay che andava per la maggiore negli anni Novanta. Tra le vecchie scartoffie
spunta un calendario sexy del divo e da lì comincia il viaggio
a ritroso nella vita di questo controverso personaggio.
Sorvolando sulla scarsa plausibilità di un contesto italiano (la
pornografia gay in Italia non esiste!), la storia di una sorta di Moana
Pozzi al maschile poteva essere interessante soprattutto per le origini
aristocratiche di Kandinski (quelle di Moana erano altoborghesi) e le
implicazioni socioculturali che ne derivano. Filiberti, che è sceneggiatore,
regista ed attore, non è un pivello e sa il fatto suo ma purtroppo
(o per fortuna) per fare cinema non basta essere colti, educati e laureati.
Forse c'è bisogno di esperienza, di umiltà e di ironia.
Pur percependo l'urgenza di Filiberti di esprimere un mondo sotterraneo
ed intimo, che forse gli appartiene, prediligendo temi scomodi come il
culto del corpo, la trasgressione e la pornografia, non ci si può
esimere dal riscontrare un narcisismo abbastanza ingombrante che tende a soffocare
anche le migliori intenzioni. Tutto è un po'troppo pensato, troppo parlato
e troppo autoriferito per non risultare forzato. Forzato come l'accento
francese di Francesca D'Aloja (davvero non si capisce il motivo della
scelta della D'Aloja invece di una vera attrice francese se non, trattandosi
di un esordio, del richiamo del nome), forzato come il rapporto tra i
fratelli Barberini e Filiberti (didascalica e prevedibile la metamorfosi
del primo, buonista la "rinascita" del secondo), forzata
come la doppia vita di Kandinski tra set a luci rosse e ricerca di "normalità".
Filiberti è sempre in posa, parla di fellatio con toni solenni
da teatro greco, si prende troppo sul serio e anche nei momenti drammatici
risulta involontariamente comico. Manca del phisique du
role (è troppo poco virile per incarnare un pornodivo, anche se gay). Vorrebbe essere bello e maledetto come Helmut Berger ma forse gli manca ancora qualcosa per avvicinarsi alla musa viscontiana. Rincresce usare brutte parole perché dietro questo
film c'è sicuramente impegno, serietà e soprattutto coraggio ma sinceramente la
scarsa alchimia di tutti gli elementi (narrativo, registico e recitativo)
finisce per coprire anche il (presunto) talento di un onesto esordiente.
Marco Catola
Intervista
a Marco Filiberti
Come nasce
l'idea del film?
Nasce da due esigenze: la prima è stata quella di raccontare l'eventualità
dell'incontro con l'altro da sé, attraverso il confronto con il
diverso e con diverso intendo di realtà ai margini che possono
essere varie, dai senzatetto agli handicappati. La seconda esigenza è
stata quella di narrare il desiderio che hanno alcune persone di lasciare
un segno nella società e che inseguono il miraggio dell'immortalità.
Perché
la trasposizione nel futuro?
Volevo che si svolgesse in un arco di tempo per esprimere al meglio la
lotta contro l'oblio che cancella tutto. E' ambientato nel 2014 per una
questione di budget, perché se l'azione si fosse svolta ai giorni
nostri il flash back negli anni 80 sarebbe costato troppo. Ma mi sarebbe
piaciuto, credo che Riki sia un personaggio tipico di quel periodo.
Il film
sarà vietato?
Ai 14 anni. Il confronto con la censura è stata un'esperienza edificante.
Credevamo che sarebbe stato vietato ai minori di 18 anni, ma la commissione
è stata comprensiva.
Nel film
è molto evidente l'ossessione di Riki nel sentirsi un egoista
Riki ha un rapporto indiretto con il mondo, il suo passaggio lascia un
segno in chi lo conosce, ma non ha la forza di rispondere sullo stesso
piano. Quando entrano in ballo gli affetti la domanda sul suo egoismo
diventa ancora più prepotente. Mi è sembrato interessante
non farlo arrivare ancora nel film alla consapevolezza che è meglio
lasciare la sua attività di pornodivo per una vita normale, ma
lasciarlo ai suoi dubbi esistenziali.
Può
dirci qualcosa sul cast?
Urbano Barberini era in ballo con Colin Flirth. In realtà all'inizio
mi convinceva solo in parte, poi mi ha conquistato grazie alla sua vis
comica. Per Rosalinda Celentano ho scritto appositamente il personaggio
di Luna, con cui ha moltissimo in comune. Anche Francesca Aloja è
stata importante come tutto il resto del cast che difendo con tutto me
stesso.
Ciak liquida
il film come imbarazzante. La sua reazione?
Per ora il resto della stampa è stato favorevole al film. E' normale
che non sia piacevole leggere critiche negative, ma l'articolo di Ciak
è sciatto, non cita nemmeno il protagonista, né dice che
il film è stato presentato al Festival di Berlino.
Rifarebbe
tutto allo stesso modo?
Limerei alcune cose, ma nel complesso mi riconosco nel risultato finale.
Ha provato
imbarazzo nel girare certe scene?
Solo in parte, perché sul set c'era molto rispetto. In fondo anche
in teatro ho esordito con una scena forte, dopo aver fatto quello il film
è stato una passeggiata.
Quanto
tempo ci ha lavorato su?
La prima stesura risale al '98. Sono andato a conoscere persone del mondo
hard. E' una realtà desolante perché priva di consapevolezza
da parte di chi la vive. Ma ci sono anche persone piene di cultura e di
umanità, come un ragazzo che dopo aver finito di girare faceva
volontariato. Inoltre sui set omosessuali ho trovato molta goliardia,
mentre su quelli etero c'è molto meno rispetto, le donne vengono
usate come carne da macello.
Cosa pensa
di Muccino e Ozpetek? Ha visto i loro ultimi film?
Ho visto quello di Muccino e mi è piaciuto molto. In fondo parliamo
entrambi di famiglia, lui come distruzione, io come creazione di un ambiente
famigliare alternativo. Non ho ancora avuto l'occasione di vedere Ozpetek,
ma ci andrò presto.
La scelta
di descrivere una famigli aristocratica ha qualche significato?
Diciamo che conosco bene l'ambiente. Quella di Riki è una famiglia
imbastardita, ho voluto rappresentare due realtà. Federico è
il custode sociale, ma rappresenta il mondo dei traffici illegali e del
denaro sporco. Riccardo è più vicino alla madre e al mondo
anti-borghese. C'è una contrapposizione tra la dimensione della
vita secondo natura e il mondo capitalista.
Simona Ottavo
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