POCO PIU' DI UN ANNO FA

Regia: Marco Filiberti
Sceneggatura: Marco Filiberti
Cast: Marco Filiberti, Urbano Barberini, Alessandra Acciai, Rosalinda Cementano, Francesca D'Aloja, Erica Blanc, Luigi Diberti, Giuliana Calandra
Fotografia: Stefano Pancaldi
Montaggio: Valentina Girono
Costumi: Eva Coen
Origine: Italia, 2003
Durata:
Sito: www.lantia.it

 


2014. Una troupe televisiva sta cercando materiale su Riki Kandinski, un pornodivo gay che andava per la maggiore negli anni Novanta. Tra le vecchie scartoffie spunta un calendario sexy del divo e da lì comincia il viaggio a ritroso nella vita di questo controverso personaggio.
Sorvolando sulla scarsa plausibilità di un contesto italiano (la pornografia gay in Italia non esiste!), la storia di una sorta di Moana Pozzi al maschile poteva essere interessante soprattutto per le origini aristocratiche di Kandinski (quelle di Moana erano altoborghesi) e le implicazioni socioculturali che ne derivano. Filiberti, che è sceneggiatore, regista ed attore, non è un pivello e sa il fatto suo ma purtroppo (o per fortuna) per fare cinema non basta essere colti, educati e laureati. Forse c'è bisogno di esperienza, di umiltà e di ironia. Pur percependo l'urgenza di Filiberti di esprimere un mondo sotterraneo ed intimo, che forse gli appartiene, prediligendo temi scomodi come il culto del corpo, la trasgressione e la pornografia, non ci si può esimere dal riscontrare un narcisismo abbastanza ingombrante che tende a soffocare anche le migliori intenzioni. Tutto è un po'troppo pensato, troppo parlato e troppo autoriferito per non risultare forzato. Forzato come l'accento francese di Francesca D'Aloja (davvero non si capisce il motivo della scelta della D'Aloja invece di una vera attrice francese se non, trattandosi di un esordio, del richiamo del nome), forzato come il rapporto tra i fratelli Barberini e Filiberti (didascalica e prevedibile la metamorfosi del primo, buonista la "rinascita" del secondo), forzata come la doppia vita di Kandinski tra set a luci rosse e ricerca di "normalità". Filiberti è sempre in posa, parla di fellatio con toni solenni da teatro greco, si prende troppo sul serio e anche nei momenti drammatici risulta involontariamente comico. Manca del phisique du role (è troppo poco virile per incarnare un pornodivo, anche se gay). Vorrebbe essere bello e maledetto come Helmut Berger ma forse gli manca ancora qualcosa per avvicinarsi alla musa viscontiana. Rincresce usare brutte parole perché dietro questo film c'è sicuramente impegno, serietà e soprattutto coraggio ma sinceramente la scarsa alchimia di tutti gli elementi (narrativo, registico e recitativo) finisce per coprire anche il (presunto) talento di un onesto esordiente.

Marco Catola

Intervista a Marco Filiberti

Come nasce l'idea del film?
Nasce da due esigenze: la prima è stata quella di raccontare l'eventualità dell'incontro con l'altro da sé, attraverso il confronto con il diverso e con diverso intendo di realtà ai margini che possono essere varie, dai senzatetto agli handicappati. La seconda esigenza è stata quella di narrare il desiderio che hanno alcune persone di lasciare un segno nella società e che inseguono il miraggio dell'immortalità.

Perché la trasposizione nel futuro?
Volevo che si svolgesse in un arco di tempo per esprimere al meglio la lotta contro l'oblio che cancella tutto. E' ambientato nel 2014 per una questione di budget, perché se l'azione si fosse svolta ai giorni nostri il flash back negli anni 80 sarebbe costato troppo. Ma mi sarebbe piaciuto, credo che Riki sia un personaggio tipico di quel periodo.

Il film sarà vietato?
Ai 14 anni. Il confronto con la censura è stata un'esperienza edificante. Credevamo che sarebbe stato vietato ai minori di 18 anni, ma la commissione è stata comprensiva.

Nel film è molto evidente l'ossessione di Riki nel sentirsi un egoista…
Riki ha un rapporto indiretto con il mondo, il suo passaggio lascia un segno in chi lo conosce, ma non ha la forza di rispondere sullo stesso piano. Quando entrano in ballo gli affetti la domanda sul suo egoismo diventa ancora più prepotente. Mi è sembrato interessante non farlo arrivare ancora nel film alla consapevolezza che è meglio lasciare la sua attività di pornodivo per una vita normale, ma lasciarlo ai suoi dubbi esistenziali.

Può dirci qualcosa sul cast?
Urbano Barberini era in ballo con Colin Flirth. In realtà all'inizio mi convinceva solo in parte, poi mi ha conquistato grazie alla sua vis comica. Per Rosalinda Celentano ho scritto appositamente il personaggio di Luna, con cui ha moltissimo in comune. Anche Francesca Aloja è stata importante come tutto il resto del cast che difendo con tutto me stesso.

Ciak liquida il film come imbarazzante. La sua reazione?
Per ora il resto della stampa è stato favorevole al film. E' normale che non sia piacevole leggere critiche negative, ma l'articolo di Ciak è sciatto, non cita nemmeno il protagonista, né dice che il film è stato presentato al Festival di Berlino.

Rifarebbe tutto allo stesso modo?
Limerei alcune cose, ma nel complesso mi riconosco nel risultato finale.

Ha provato imbarazzo nel girare certe scene?
Solo in parte, perché sul set c'era molto rispetto. In fondo anche in teatro ho esordito con una scena forte, dopo aver fatto quello il film è stato una passeggiata.

Quanto tempo ci ha lavorato su?
La prima stesura risale al '98. Sono andato a conoscere persone del mondo hard. E' una realtà desolante perché priva di consapevolezza da parte di chi la vive. Ma ci sono anche persone piene di cultura e di umanità, come un ragazzo che dopo aver finito di girare faceva volontariato. Inoltre sui set omosessuali ho trovato molta goliardia, mentre su quelli etero c'è molto meno rispetto, le donne vengono usate come carne da macello.

Cosa pensa di Muccino e Ozpetek? Ha visto i loro ultimi film?
Ho visto quello di Muccino e mi è piaciuto molto. In fondo parliamo entrambi di famiglia, lui come distruzione, io come creazione di un ambiente famigliare alternativo. Non ho ancora avuto l'occasione di vedere Ozpetek, ma ci andrò presto.

La scelta di descrivere una famigli aristocratica ha qualche significato?
Diciamo che conosco bene l'ambiente. Quella di Riki è una famiglia imbastardita, ho voluto rappresentare due realtà. Federico è il custode sociale, ma rappresenta il mondo dei traffici illegali e del denaro sporco. Riccardo è più vicino alla madre e al mondo anti-borghese. C'è una contrapposizione tra la dimensione della vita secondo natura e il mondo capitalista.

 

Simona Ottavo