Le
stagioni compongono il film in cinque pratiche, partendo dall’infanzia
attraverso la gioventù, con la scoperta dell’amore, l’età adulta,
con la rivelazione del dolore e la conseguente perdita dell’innocenza,
per tornare infine al punto di partenza, ossia in primavera, quando l’eredità spirituale
dell’uomo sarà consegnata ad un nuovo giovane discepolo.
Un monaco buddista e il suo discepolo vivono in una capanna galleggiante
situata nel mezzo di un piccolo lago in Corea, circondato dalle montagne.
Sotto gli occhi del maestro, il discepolo, ancora bambino, inizia a conoscere
il mondo e ad entrare in armonia con esso, imparando a rispettare tutti
gli esseri che lo popolano, anche i più piccoli e, almeno all’apparenza,
insignificanti.
La via dell’illuminazione è ingannevole e irta d’ostacoli
così quando il giovane monaco, divenuto ormai uomo, conosce i
sussulti dell’amore, grazie ad una ragazza venuta a curarsi presso
il tempio, non esita ad abbandonare il maestro per seguire le sue passioni.
Noi restiamo ad osservare i riti giornalieri del vecchio monaco, rimasto
solo nel proprio austero spazio vitale, l’isola, fino al momento
in cui apprende da un giornale che il suo discepolo si è trasformato,
per gelosia, in un assassino; l’amore conduce alla dipendenza e
i desideri della carne portano al delitto. Il monaco inizia quindi a
prepararsi per accoglierlo, perché sa che il suo discepolo ritornerà così come
ritornano le stagioni e che sarà suo compito indicargli il sentiero
che conduce all’espiazione. Soltanto attraverso la penitenza si
purifica lo spirito, così sotto gli occhi, prima stupiti e poi
affascinati, dei due poliziotti giunti per arrestare il giovane, questi
incide, nel duro legno del pavimento della capanna, un Sutra della Prajnaparamita
(Perfezione della Saggezza), un testo spirituale che diventa la punizione
metaforica che precede quella terrena.
Poiché ogni azione provoca una reazione quando, uscito dal carcere,
l’uomo torna sull’isola, comprende che l’estremo gesto
del maestro, espletato per riscattare le sue colpe, ha trasferito su
di lui il compito di tramandarne le conoscenze attraverso un nuovo discepolo,
un bambino illegittimo abbandonato dalla madre nel monastero.
Kim Ki-duk, regista sudcoreano pressoché sconosciuto al grande
pubblico, autore di film molto discussi come “L’isola” e “Bad
Guy”, realizza con “Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e
ancora Primavera” il suo film più intenso e maturo.
Utilizzando un unico set, il monastero ubicato su un lago circondato
dai monti, al quale si accede attraverso una bellissima porta incisa,
circondata soltanto da vegetazione, il regista riesce a creare immagini
emozionanti e di straordinaria bellezza che riflettono, nella loro estrema
semplicità, il severo stile di vita dei protagonisti.
La narrazione è profondamente calata nella dottrina buddista,
la quale viene esposta dal regista, che si professa ateo, attraverso
l’utilizzo dei simboli, stupenda la scena del suicidio del vecchio
monaco, con una tale naturalezza da renderla accessibile anche a coloro
che sono estranei ai concetti di Samsara, Karma e Mantra.
Le Quattro Nobili Verità, consapevolezza della presenza del dolore,
analisi della sua origine, distacco dalle cause e definizione del sentiero
che porta alla sua eliminazione, che costituiscono le basi della dottrina
buddhista, prendono forma nel percorso spirituale del giovane monaco,
che rappresenta le incoerenze della psiche umana, la nostra grandezza
ma anche la nostra miseria.
Anna Lai
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