LE QUATTRO VOLTE

Regia: Michelangelo Frammartino
Sceneggiatura: Michelangelo Frammartino
Fotografia: Andrea Locatelli
Montaggio: Maurizio Grillo, Benni Atria
Costumi: Gabriella Maiolo
Scenografia: Matthew Broussard
Distribuzione: Cinecittà Luce
Origine: Svizzera/Germania/Italia, 2009
Durata: 88’
Sito: www.lequattrovolte.it
Data di uscita: 28 Maggio 2010
Numero di sale: 20

Secondo Pitagora in ciascuno di noi albergano quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra: minerale (abbiamo uno scheletro fatto di sali e sostanze minerali e un corpo formato da acqua e fermenti), vegetale (come le piante ci nutriamo, abbiamo linfa e sistema circolatorio), animale (siamo dotati di moralità e di conoscenza del mondo esterno grazie ai 5 sensi) e razionale (ci distinguiamo dagli altri esseri perché possediamo verità e ragione). Parte da qui Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, regista milanese ma di origini calabresi, al suo secondo film dopo Il dono, pluripremiato in festival minori, uscito in sordina nelle nostre sale nel lontano 2004, che parlava in forma quasi documentaristica della vita rurale di Caulonia, un paesino della Calabria di cui sono originari i suoi genitori. La location rimane più o meno la stessa (sempre un paese calabrese abbarbicato su alte colline da cui si scorge il mar Ionio in lontananza) ma l’approccio cambia. Se con Il dono Frammartino rappresentava una quotidianità di aspetto naturalistico e consuetudinario, con Le quattro volte si spinge ben oltre costruendo una struttura ciclica attraverso quattro stadi dell’anima che vanno di pari passo con il trascorrere delle stagioni. Un progetto decisamente più complesso che ha previsto lunghi tempi di lavorazione e che si offre a molteplici chiavi di lettura, cosa questa del tutto originale oltre che inconsueta per un’opera italiana, troppo spesso regolamentata dalle aride leggi di mercato e dai condizionamenti di genere.
Da alcuni il lavoro di Frammartino è stato paragonato a Flaherty o a Rouch, da altri a Piavoli o a Herzog. Io credo che la grandezza di Le quattro volte stia proprio nel fatto che invece non assomiglia all’opera di nessun altro autore. Dispiace semmai che ad accorgersene siano stati come al solito i cugini francesi. Presentato allo scorso festival di Cannes nella Quinzaine des realisateurs ha vinto due premi: l’Europa Cinemas Label, lo stesso che lo scorso anno si era aggiudicato, guarda caso, Non è ancora domani (La pivellina), e  il Palm Dog, bizzarro riconoscimento fortemente voluto dalla giuria, attribuito al cane Vuk.
Il film segue il percorso inverso del pensiero pitagorico ossia parte dalla dimensione umana fino a quella minerale passando per il regno animale e vegetale. Un vecchio pastore malato crede di poter guarire affidandosi ai poteri taumaturgici della polvere raccolta dal pavimento della chiesa, che beve sciolta nell’acqua ogni sera. Una notte si accorge di aver perduto la sua dose quotidiana e non riuscendo a trovarla va a dormire senza berla. Il giorno dopo il suo corpo giace senza vita nel letto. Nel suo ovile una capra dà alla luce un capretto bianco ma il giorno della prima uscita in gruppo il cucciolo si perde e dopo aver vagato a lungo senza meta si rifugia ai piedi di un maestoso abete bianco. Il tempo passa e cambiano le stagioni. Il grande abete viene abbattuto per celebrare un rito pagano alla fine del quale il tronco viene  sezionato e il legno trasformato in carbone che, una volta bruciato, si disperderà nell’aria attraverso i comignoli delle case.
Meraviglioso film “in togliere” come lo definisce lo stesso Frammartino, ossia che parte dall’uomo (il vecchio pastore) e si sposta su tutto quello che gli sta intorno (un capretto, un abete, il carbone) e che di solito gli fa da sfondo. Straordinario punto di vista sul mistero dell’esistenza e sul ciclo inestinguibile di vita, morte e (ri)nascita. Senza parole (a parte alcune espressioni dialettali incomprensibili e sempre riprese a basso volume) ma pieno di suoni e rumori (definito in virtù dei belati, oltre che della massiccia presenza delle capre, un “caprolavoro”). Ispirato a una concezione animista dell’universo che rimanda ad una visione lirica ed elegiaca dei cicli della vita e delle tradizioni perdute di un passato ancestrale. Il tutto rafforzato da oculate scelte di regia (panoramiche, piani-sequenza, riprese dall’alto) e da uno stimolante “gioco” spazio-temporale che costringe lo spettatore ad una sorta di interattività con ciò a cui assiste. Pura poesia assolutamente da non perdere.

Marco Catola