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Nella Algeri
del terrorismo la giovane Rachida è una donna emancipata che non
porta il velo, si trucca e si guadagna da vivere insegnando. Una mattina
viene avvicinata da tre uomini che le ordinano di portare una bomba nella
sua scuola e che, al suo rifiuto, le sparano. Sopravvissuta miracolosamente,
la ragazza è costretta a rifugiarsi in un piccolo villaggio insieme
alla madre, donna vista di cattivo occhio perché divorziata. Rachida
trova un nuovo posto come maestra nella scuola del paese, ma il clima
di terrore che si respira rende difficile condurre una vita normale. Durante
i festeggiamenti per un matrimonio i terroristi assalgono il villaggio,
bruciando e saccheggiando. Il giorno dopo Rachida troverà la forza
di tornare in classe per portare a termine la sua missione. La paura non
ha avuto il sopravvento.
L'Algeria come terra di contraddizioni: è questo il ritratto che
viene fuori da "Rachida", opera prima della regista Yamina Bachir
Chouikh. C'è il contrasto tra il vecchio e il nuovo, tra le tradizioni
millenarie e il desiderio di novità che porta ad introdurre elementi
occidentali. E soprattutto c'è la storia di un paese pieno di vita
che ogni giorno deve fare i conti con la morte, in cui la gioia che si
legge negli occhi dei bambini viene offuscata dalla paura. I colori e
i profumi dell'Algeria si mescolano così a quello del sangue innocente
versato nelle strade, i canti delle spose diventano le urla delle donne
stuprate. Mai come in questo periodo si sente il bisogno di un film coraggioso
come questo, che denuncia in maniera realistica le condizioni di vita
a cui vengono sottoposte popolazioni inermi. Per prendere coscienza di
altre realtà, per capire che in paesi non molto lontani dal nostro
c'è ancora chi paga con la vita il proprio diritto alla libertà.
Presentato al Festival di Cannes nel 2002 nella sessione "Un certain
regard", nello stesso anno ha vinto il premio come migliore opera
prima e ricevuto quello del pubblico al France Cinema Festival.
Simona Ottavo
Intervista a Yamina Bachir Chouikh
"Rachida"
è uscito in Algeria?
E' uscito a dicembre e ha ricevuto una buona accoglienza. Era da anni
che il pubblico algerino non andava al cinema, ad eccezione dei giovani.
Invece "Rachida" è stato visto da intere famiglie. Alcune
sale sono state riaperte dopo 15 anni di inattività.
E' basato
su una storia vera?E quanto la protagonista rappresenta un'eccezione?
No, non rappresenta un'eccezione, la maggior parte delle donne le assomigliano.
In Algeria c'è una situazione paradossale: molte donne sono ben
inserite nel mondo del lavoro, alcune sono addirittura alla guida di imprese,
eppure ce ne sono altre che subiscono ancora le tradizioni. Il terrorismo
di certo non aiuta, le donne sono i bersagli preferiti, perché
devono restare in casa e portare il velo. La storia è stata tratta
da un dramma reale. Purtroppo la ragazza a cui era stato ordinato di portare
la bomba è morta per lo scoppio dell'ordigno. Ma io non volevo
che Rachida morisse, volevo raccontare la violenza attraverso la sua storia.
Ci sono
state reazioni da parte delle famiglie più tradizionaliste?
La maggior parte delle persone si sono riconosciute nella storia. In Algeria
c'è l'abitudine di parlare per il popolo ed io ho cercato di parlare
a nome di tutti. In sala erano presenti donne con il velo e senza. Le
persone tradizionaliste l'hanno visto come un film contro l'Islam, ma
non lo è.
Com'è
la situazione attuale in Algeria?
L'Algeria è conosciuta per gli eventi tragici e le persone che
muoiono avevano cominciato ad essere solo statistiche. Ho voluto raccontare
l'aspetto umano. Purtroppo lì le persone continuano a morire, ma
meno di tre anni fa. La diminuzione delle morti è dovuta ad una
resistenza, come si mostra nel film. I bambini continuano ad andare a
scuola e penso che questa sia la miglior lezione di coraggio per noi adulti.
Quando il terrorismo è cominciato in Algeria, le vittime erano
ben scelte: insegnanti, giornalisti, donne, democratici. E chi sapeva
taceva per paura. Ma quando hanno cominciato a massacrare fino a 200 persone
per notte, mettendo bombe nei luoghi pubblici, è cominciata la
resistenza, le popolazioni si sono armate per difendere la propria vita.
Tra il '99 e il 2000 si è parlato di concordia pubblica, in realtà
le persone sono state costrette a perdonare. Ma il perdono non si ottiene
con un voto.
E' stato
difficile portare il film nelle sale in Algeria?
No, perché non esiste la censura. Il problema è stato trovare
i finanziamenti per realizzarlo. Una volta terminato, non ho avuto nessuna
difficoltà.
Dove ha
trovato i finanziamenti?
In Algeria inizialmente si dissero favorevoli a sovvenzionarmi, ma poi
mi fecero sapere di non disporre di denaro. Così mi sono rivolta
alla Francia, perché è un paese storicamente vicino e perché
dispone di un programma di sovvenzioni per i paesi del sud. In Algeria
ho trovato piccoli sponsor. Ma il film è stato realizzato grazie
soprattutto all'aiuto di amici che lavorano nel villaggio, nell'ospedale
e nella scuola.
Lei sembra
aver utilizzato soprattutto attori non professionisti, soprattutto nelle
scene di massa
Ci sono dei veri attori, ma fin dall'inizio ho scelto dei non professionisti.
Ho sfruttato il potenziale trovato nei luoghi: in ospedale ho usato dei
veri medici e dei veri infermieri. Tutti hanno interpretato se stessi,
compresi i bambini.
Quali
sono i suoi progetti futuri?
Ho intenzione di realizzare altri film di denuncia.
Simona Ottavo
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