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LA SPOSA SIRIANA
- Titolo originale: The syrian bride
- Regia: Eran Riklis
Sceneggiatura: Eran Riklis, Suha Arra
- Cast: Hiam Abbass, Makram J. Khoury, Clara Khoury, Ashraf Barhoum, Eyad Sheety
- Fotografia: Michael Wiesweg
Montaggio: Tova Asher
Musica: Cyril Morin
Origine: Francia/Germania/Israele, 2004
- Durata: 97'
- Sito: www.syrianbride.com
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Vincitore del premio del pubblico al Festival di Locarno dello scorso anno, La sposa siriana, da domani nelle sale, è una co-produzione israelo-franco-tedesca, il progetto più ambizioso dell'israeliano Eran Riklis (51 anni, residente a Tel Aviv), in veste di regista, co-sceneggiatore e produttore. Diplomatosi alla National film school di Beaconsfield, Gran Bretagna, Riklis ha cominciato a dirigere lungometraggi dal 1975, dedicandosi anche a serie televisive, sceneggiati, spot pubblicitari, documentari, cortometraggi e special. Poi, tre anni di viaggi nella regione in cui è ambientata questa vicenda per incontrare, ascoltare, raccogliere storie, ed il contatto con Suha Arraf, israelo-palestinese profonda conoscitrice del mondo arabo - dapprima giornalista del quotidiano Haaretz e poi autrice televisiva - qui all'esordio nella sceneggiatura cinematografica. Quindi, già per quanto riguarda origini e genere, un punto di vista differenziato evidente inoltre nella scelta degli attori, per lo più di provenienza israelo-palestinese e teatrale (come Hiam Abbass, originaria di Nazareth e trasferitasi a Parigi a causa della prima Intifada, conosciuta qui da noi come carnale protagonista del film franco-tunisino Satin rouge, del 2002); e nell'utilizzo delle lingue: arabo, ebraico, inglese, russo, francese. Per parlare di una terra di confine. Siamo in una cittadina drusa sulle alture del Golan, occupate dall'esercito della stella di Davide nel 1967 e rivendicate dalla Siria. Dove alla voce "nazionalità" i passaporti recitano "apolide". Chi attraversa il doppio presidio militare di frontiera per passare da uno stato all'altro, non può tornare indietro, rifiutato dall'uno, bloccato dall'altro. Ogni scelta personale è ostaggio di meccanismi esterni determinati dall'odio. Se poi sei donna, l'oppressione è pure sociale e domestica. E nella pellicola lo sguardo di partenza e arrivo è proprio al femminile. Se sei una giovane che conosce solo l'immagine del promesso sposo per un matrimonio combinato dalle famiglie, devi lasciare il tuo mondo alle spalle per trasferirti in Siria. Se da madre vuoi intraprendere l'università, prima devi crescere i figli e comunque tuo marito deve essere d'accordo. Se ti innamori del figlio di un collaborazionista, devi lasciarlo. Ma anche se sei uomo, tuo padre ha conosciuto la prigione israeliana e tu sposi una russa israeliana, egli non ti parla per otto anni; e se infine ti invita al matrimonio di tua sorella, i capi religiosi minacciano di cacciarlo dal villaggio nonostante lo stimino. I governi e le amministrazioni sono assenti, rappresentati da scrivanie vuote e telefoni squillanti inutilmente. Perciò i piccoli soprusi quotidiani li stabiliscono poliziotti sadici e ottusi burocrati militari, e le scappatoie di normale sopravvivenza stanno al buon senso e all'improvvisazione dei singoli. Tutti sono poveri tasselli in una scrittura che cura con attenzione anche i personaggi di contorno, chiaramente frutto di un mosaico di esperienze vere. In un film capace di ironia e di un timbro «al tempo stesso - spiega il regista - pessimista e ottimista, o meglio un mix tra le due cose, atteggiamento sicuramente più appropriato alla regione e all'epoca nella quale viviamo».
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- Fedro ("visionari" - Radio Onda Rossa)
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