SULLA MIA PELLE
Regia: Valerio Jalongo
Sceneggiatura: Gualtiero Rosella, Enzo Civitareale, Diego De Silva,Valerio Jalongo
Cast: Stefano Cassetti, Donatella Finocchiaro, Vincenzo Peluso, Ivan Franek
Scenografia: Giancarlo Muselli
Fotografia: Alessandro Pesci
Musiche: Paolo Buonvino
Montaggio: Luciana Pandolfelli
Distribuzione: Lady Film
Origine: Italia, 2004
Durata: 101'

 

Tony sta scontando una condanna per rapina, la compagna lo ha lasciato e gli impedisce di vedere il loro figlio. Ottenuta la semilibertà per un lavoro esterno in un caseificio di Battipaglia, scopre presto che la ditta ha contratto debiti con la criminalità; ma anche se Tony vuole tenersi lontano dai guai, quel posto è comunque l'unica possibilità di trascorrere almeno le ore diurne fuori dalla cella. In più è un impulsivo - in questo la prigione non lo ha molto cambiato - , uno che si macera dentro...
Sulla mia pelle, terzo lungometraggio di Valerio Jalongo (autore anche di documentari e film-tv) che, incappato nella nuova legge sul cinema, esce con un anno e mezzo di ritardo; in questi giorni è riuscito finalmente a raggiungere le nostre sale. Rigoroso impianto da tragedia, tensione costante ed un'insolita carica drammaturgica cui contribuiscono due intensi protagonisti (Ivan Franek e Donatella Finocchiaro, già messasi in evidenza in Angela di Roberta Torre): Jalongo sa bene di cosa parla. Da volontario, ha condotto per due anni un laboratorio di scrittura creativa con detenuti del carcere di Rebibbia, in cui è maturata una forte esperienza umana, artistica, oltre ad uno scambio proficuo per la sceneggiatura, e si vede. Evidente soprattutto nella rappresentazione delle ritualità imposte dietro le sbarre, i vincoli di solidarietà, la distinzione di ruoli e mentalità tra carcerieri e carcerati. Soprattutto, l'immagine di una microcomunità avente per scopo la "rieducazione", in realtà permeata dalle stesse logiche di sopraffazione dell'esterno, a partire proprio dai custodi. E poi, sottolineata, la solitudine del recluso alle prese con una società diffidente; egli può contare quasi esclusivamente solo su se stesso e sulla buona sorte, in 8 casi su 10 commette di nuovo reati e "torna dentro", sostiene il regista.
Riferimenti cinematografici? «In una lunga carriera di cinefilo - ci dice Jalongo - sono tanti. Sarebbe difficile ritrovarli nel film, ad esempio Bergman. Forse Loach il piu' vicino sotto alcuni aspetti, in particolare Piovono pietre e My name is Joe sono molto vitali e importanti. L' ispirazione è duplice: il racconto di un' Italia lontana dalle fiction televisive e un aspetto esistenziale, con un individuo e la sua storia di liberazione paradossale: esce per impararne l' uso, ma fuori non c'è nessuno ad insegnargliela».
Dai detenuti una collaborazione ed un contributo importante. «Importantissimo perché il risultato fosse autentico. Tanti dettagli, notazioni psicologiche. Spesso i reclusi hanno un'etica per certi versi anche più rigida del normale, agiscono senza un meschino tornaconto. Nel nostro paese c'e' troppa intelligenza utilizzata furbamente per inserirsi nelle cordate giuste scavalcando dignità e rapporti. Il personaggio del film ha una reazione istintiva di ripulsa non dettata dal calcolo. In questo sta il suo spessore». Le loro richieste alle istituzioni, legate al sovraffollamento (malati di Aids, tossicodipendenti, i tanti in attesa del grado definitivo di giudizio, misure alternative), restano inascoltate. «Per il moralismo perverso di chi ci governa - sostiene Jalongo - è un mondo che va tenuto nascosto. Mi era stata assicurata la possibilità di girare in un'ala di Rebibbia, poi venuta meno ad una settimana dalle riprese. Quando parliamo di suicidi in cella, le responsabilità sono in un' ottica oppressiva che impoverisce la vita culturale e il lavoro all'interno con il taglio dei fondi, oltre a limitare il rapporto con l' esterno». Per il film, un lungo travaglio prima di arrivare in distribuzione, «a causa della nuova legge sul cinema. Hanno impiegato un anno per scriverla e renderla operativa. C'e' stata una corsa a presentare tanti progetti, poi si sono accorti di non avere soldi. Il Ministero ha bloccato tutto, tagliando soprattutto la promozione, per accumulare fondi. Ormai i nostri film sono come stranieri, costretti a una tassa d'accesso. Secondo la legge, la realizzazione di un film, potenzialmente libero dal linguaggio di massa, ora la decidono le tv. Io - conclude Jalongo - faccio parte di Ring (associazione di registi che cerca di risolvere i problemi produttivi e di distribuzione, ndr), intorno c'è il deserto, un'egemonia soprattutto Usa; le catene multiplex programmano titoli italiani per finta, in provincia è il nulla. Usciamo in 10 copie, e, per dire di un film che parla di Sud, più giù di Napoli nemmeno una».



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Fedro ("visionari" - Radio Onda Rossa)
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