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TATTOO
Regia: Robert
Schwentke
Sceneggiatura: Robert Schwentke
Fotografia: Jan Fehse
Montaggio: Peter Przygodda
Musiche: Martin Todsharow
Cast: August Diehl, Christian Redl, Nadeshda Brennicke, Ilknur Bahadir,
Joe Bausch, Ingo Naujoks
Distribuzione: Keyfilms
Origine: Francia/Germania, 2002
Durata: 107'
Sito: www.keyfilms.it
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Come tutti
i film tedeschi, anche Tattoo non sfugge alla "regola": perfezione
sul piano tecnico (regia, fotografia, recitazione), schematismo freddo
e preconfezionato sul piano emozionale. Il solito retrogusto amarognolo
come qualcosa di non "finito" (come dico sempre io).
Due detectives agli antipodi (Schrader, sbarbatello della "nuova
generazione riformista" dedito a droghe e disco, e Minks, burbero
di vecchio stampo con qualche scheletruccio nell'armadio) sono sulle tracce
dell'ennesimo serial killer che, stavolta, colleziona tatuaggi giapponesi
che si prende direttamente dalla pelle delle sue vittime. Tra sobborghi
fumosi ed inquietanti club berlinesi, tra belle e misteriose donne più
o meno fatali ed ambigui galleristi d'arte "moderna", tra atmosfere
dark-leather ed immancabile feccia umana, si dipana la matassa intricata
di Tattoo.
Un noir postmoderno di derivazione "seveniana" che dovrebbe
essere avvincente e adrenalinico ma che, dopo l'ottimo incipit (una ragazza
sanguinante in stato di shock che vaga per strada prima di essere incenerita
in un incidente stradale), fluttua paludoso e impallidito in acque ostiche
e rafferme senza guizzi e senza cadute. Insomma calma piatta, ma molto
piatta. La suspense latita, il ritmo si affloscia e l'intrigo si snoda
pigramente verso un finale prevedibile che lascia a bocca asciutta. Certo
la fotografia virata al grigio e il "culo che parla" della Brennicke
(impressionante la somiglianza con la "desapareçida"
Sally Kellermann!) aiutano a tirar giù il polpettone ma non a digerirlo
purtroppo.
Parafrasando le due regole del detective vissuto Minks ("L'importante
è tornare a casa vivi" e "Per ogni crimine c'è
sempre chi paga"), potremmo dire che chi ha visto questo film a casa
ci torna vivo ma deluso e demotivato e che l'unico che ha pagato per questo
"crimine" (Tattoo) è sempre il povero e sconsolato spettatore.
Resta in ogni caso un mistero: in cosa consisterebbe il legame con "Inferno"
di Dario Argento a cui Schwentke dice di essersi ispirato?
Marco Catola
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