I TEMPI CHE CAMBIANO

Titolo originale: Les temps qui changent
Regia: André Techiné
Sceneggiatura: André Techiné, Laurent Guyot, Pascal Bonitzer
Cast: Catherine Deneuve, Gerard Depardieu, Gilbert Melki, Malik Zidi, Lubna Azabal, Tanya Lopert, Nabila Baraka, Idir Elomri, Nadem Raccati, Jabir Elomri
Fotografia: Julien Hirsch
Musiche: Juliette Garrigues
Montaggio: Martine Giordano
Effetti: Hassane Osfour
Costumi: Christian Gasc, Catherine Leterrier
Scenografia: Ze' Branco
Origine: Francia, 2005
Durata: 98’


Antoine e Cécile si rincontrano dopo trent'anni a Tangeri. Lui è lì per sovrintendere a un cantiere, lei si è rifatta una vita con un altro uomo. I due in passato si erano amati ma le loro strade si erano separate. Adesso si sono ritrovati ma i tempi sono cambiati…
I tempi che cambiano. E le cose che non restano mai uguali. Tutto passa purtroppo. E Il tempo non risparmia nessuno. Se infierisce impietoso sui corpi, è altrettanto implacabile sui sentimenti…Sì il tempo ci fa crescere, ci cambia, ci rende diversi. Ma fino a che punto la diversità è sinonimo di evoluzione? Fino a che punto crescere significa migliorare? Si stenta a riconoscere nelle membra bolse di Gérard Depardieu la straripante carica sessuale del Gerard di “L’ultima donna” o dell’Olmo di “Novecento” così come non si riesce a ritrovare quell’inarrivabile bellezza della Catherine Deneuve di “Pelle d’asino” o “Repulsion” in questo donnone freddo e imperturbabile alle prese con un matrimonio allo sbando e un amore mai sopito. Eppure questi due mostri sacri sembrano aver fatto i conti con se stessi. Una foto che li ritrae insieme da giovani (chissà da quale film è tratta o a quale momento della loro vita privata risale…) ci dimostra come alla coppia Depardieu/Deneuve poco importi dell’ineluttabile passo dei tempi. Forse è allo spettatore che importa. Forse è lo spettatore che si debilita non poco a vederli invecchiati e a letto insieme. Eppure sono carne anche loro. Proprio come noi. E’ questo che non riusciamo ad accettare. Non è dello stesso avviso il caro Techiné, che ha perso purtroppo il suo smalto, la sua indole “trasgressiva”, il suo graffiante occhio indiscreto. Siamo sempre in Africa, terra a cui il regista è molto legato. Questa volta però lo sguardo sembra stanco, come stanchi sembrano i due interpreti principali. Non si crede molto a questa intramontabile passione tra vegliardi. Come non si crede molto alla disgregazione della famiglia di Cecile (alle paturnie sessuali del figlio in primis), alla scelta di vita delle due gemelle, ai fantasmi del colonialismo francese. Tutto suona un po’ forzato. E inutile.
Presentato allo scorso Festival di Berlino, è scivolato via come un innocuo scroscio d’acqua.

 

Marco Catola