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Il titolo
fa riferimento al campo di concentramento di Hereford, in Texas, dove
vennero rinchiusi tra il 1943 e il 1946 i soldati italiani che si rifiutavano
di giurare fedeltà agli alleati americani e di rinnegare quella
al re d'Italia e a Mussolini. Si tratta di una pagina della nostra storia
decisamente poco nota ed è quindi ammirevole l'intento di Serafini
di farla riemergere dall'oblio con la potenza drammatica del cinema.
La ricostruzione del campo è un po' troppo fittizia per risultare
credibile, (boschetto e lago fanno pensare a tutto tranne che al brullo
Texas ed infatti il film è stato girato in Bulgaria), la rappresentazione
dei soldati italiani sembra ricalcare la visione che di solito gli stranieri
hanno di noi (sono tutti caciaroni, canterini e indisciplinati)
ed è vero che il film è tutto in inglese ma non si capisce
perché i prigionieri tra loro non parlino in italiano.
Chissà perché Serafini ha sentito il bisogno di girare questo
film? Che cosa l'avrà spinto ad occuparsi proprio di un simile
argomento? Forse vuole ricordare a tutti che gli Americani ci hanno liberati
ma ci hanno pure puniti oppure innescare una polemica sul tipo di storia
che ci viene propinata a scuola? Lui, però, non prende mai posizione,
a volte sembra parteggiare per gli Italiani vittimizzandoli spudoratamente,
a volte sembra dare ragione agli Americani eroicizzandoli maldestramente,
e questa ambiguità viene fuori soprattutto alla fine quando, una
volta svuotato il campo, si ha un (simbolico???) duello psicologico tra
il comandante yankee (Roy Scheider) e il tenente italiano (Luca Zingaretti).
Duello psicologico che è quasi teatrale per la staticità
con cui si sviluppa ma che si rivela tutto sommato di una forza non indifferente.
Il povero Roy Scheider si difende ancora bene nonostante le rughe lo abbiano
ormai devastato riducendogli la faccia espressiva come un alveare mentre
Zingaretti, che insieme a Luigi LoCascio è l'attore più
sopravvalutato d'Italia, è troppo sopra le righe, urla, digrigna
i denti, piange e strabuzza gli occhi anche quando non ce n'è bisogno.
Serafini dimostra comunque di saperci fare con la macchina da presa e
riesce a raccontare una realtà diversa, non facile e poco accattivante,
quella dei "fascisti" rinchiusi in un campo di concentramento,
con algida oggettività. Certo abituati alle atrocità dei
lager nazisti (e alla miriade di film sull'Olocausto), i trattamenti riservati
a questi poveracci lontani da casa in una terra di nessuno fanno più
sorridere che rattristare.
Marco Catola
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