TROPICAL MALADY

Regia: Apichatpong Weerasethakul
Sceneggiatura: Apichatpong Weerasethakul
Interpreti: Sakda Kaewbuadee; Banlop Lomnoi; Siriwej Jareomchon; Udom Promma; Huey Deesom
Montaggio: Lee Chatametikool
Fotografia: Vichit Thanapanich; Jarin Pengpanich; Jean Louis Vialard
Origine: Tailandia/Francia/Italia/Germania
Durata: 118’
Sito: www.luce.it

 

“Con Tropical Malady ho potuto elaborare e raccontare la mia fascinazione verso i misteri e i paesaggi nascosti. Il film è un racconto di amore e oscurità, radicato nella memoria”.
Così descrive il suo terzo lungometraggio Apichatpong Weerasethakul, giovane regista tailandese autore di “Blissfully Yours”, film vincitore del premio speciale per la sezione un Certain Regard al Festival di Cannes nel 2002.
Strutturalmente il film è diviso in due parti. Nella prima si racconta la storia d’amore omosessuale tra Tong, un ragazzo di campagna che vive con la famiglia in un tranquillo villaggio di contadini, e Keng, un giovane soldato che, nella seconda parte, si inoltra da solo nel cuore della giungla sulle tracce di una crudele bestia selvatica, responsabile dell’uccisione di alcuni animali.
La suddivisione in due piani distinti determina un cambiamento di registro narrativo; la storia d’amore tra i due ragazzi è interpretata in modo estremamente realistico, il loro rapporto è profondo e sincero ed insieme vivono momenti di grande felicità. Nel momento in cui Keng lascia il villaggio alla ricerca della tigre ed inizia il suo percorso nella giungla, quest’ultima diventa protagonista assoluta, come un grande specchio della vita nel cui riflesso il protagonista si smarrisce recuperando, nello stesso tempo, il ricordo del suo amato. In questo si concretizza il collegamento tra le due parti, i ricordi della prima avvalorano la seconda e viceversa, lasciando a Keng il compito di rappresentare il legame tra i due mondi, quello reale e quello degli spiriti che popolano la giungla. E’ proprio questa chiave simbolica, insieme ai ritmi lentissimi e all’ambientazione claustrofobia, che rendono "Tropical Malady" un’opera indubbiamente faticosa per il pubblico occidentale ma assieme ricca di fascino.

Anna Lai