|
Lui è
un fotografo americano, sembra appena uscito da un programma di riabilitazione
per tossici, assomiglia al cantante dei Jane's addiction e ha sempre voglia
di fare sesso soprattutto quando è in piscina. Lei sembra una profuga
polacca ma parla francese, lo ama alla follia, nasconde qualche cicatrice
e ride sempre. Insieme decidono di percorrere il deserto nei dintorni
della città di Twentynine Palms. Lei farfuglia, lui si imbroncia,
lei piange, lui la consola, litigano, fanno la pace, scopano sulle rocce,
vanno in un motel, fanno il bagno in piscina, riscopano (in acqua questa
volta), guardano la tv, mangiano un gelato, rilitigano, rifanno la pace,
riscopano (stavolta sul letto). Il film è tutto così tranne
negli ultimi 15 minuti in cui il registro muta improvvisamente. Non dico
cosa succede comunque i due scopriranno sulla propria pelle che il male
non è solo dentro di loro.
Dumont si vanta di scrivere le sceneggiature solo per presentarle ai produttori
ed ottenere i finanziamenti dopo di che le strappa e fa recitare i suoi
attori senza copione. Purtroppo tutto questo si vede e si sente. Le scene
d'amore fanno solo ridere, i discorsi a vanvera fanno solo irritare, la
scena finale fa davvero paura. Allora se il suo intento era quello di
fare un horror io ci sto, anche perché lo spavento è genuino
e ricorda non tanto Duel o Un tranquillo weekend di paura come hanno detto
quanto The Texas Chainsaw massacre (da noi si chiama Non aprite quella
porta), ma quello che mi chiedo è: è mai possibile che prima
della svolta repentina finale debbano passare quasi due ore di cazzeggio?
E' mai possibile che Dumont abbia davvero avuto bisogno di intavolare
conversazioni da minorati mentali sul "gelato che prima è
buono ma poi è cattivo, no è buono ma è cattivo e
poi è buono... ma allora perché è cattivo?"
(solo per dirne una)? Io non contesto il contenuto, posso pure andare
oltre le cazzate che due innamorati si dicono tutto il santo giorno, io
contesto il tempo. La tensione Dumont in tutto questo tempo non la crea,
non ci sono aspettative perché noia, fastidio ed insofferenza prendono
il sopravvento. Perché perdersi in un blabla road-movie debordante
ed insopportabile quando poi in realtà il tuo scopo è quello
di incutere paura? Perché? Perché Dumont ci odia così
tanto? Nessuno si aspetta quella fine perché non ci sono i presupposti
di una fine così. Non c'è un indizio, una musica, un gesto,
un discorso, niente di niente che lo lasci supporre. Ed è solo
per questo che il finale risulta inaspettato...Troppo inaspettato.
Presentato in concorso al Festival di Venezia 2003 dove ha suscitato l'ira
funesta di chiunque, dal critico più ferreo allo spettatore meno
esigente. Fischi, sbadigli, imprecazioni all'ordine del giorno. Insalvabile.
Marco Catola
|
|