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Leconte fa
incontrare due uomini: uno è un avventuriero fuorilegge, silenzioso
e non più giovane, appena arrivato col treno, l'altro è
un vecchio professore di francese in pensione dalla parlantina facile
e dai modi gentili. Niente li accomuna, eppure le loro vite si incrociano.
I due diventano più che amici, (sono quasi le due facce di una
stessa medaglia), vuoi per la simpatia coinvolgente del professore, vuoi
per il fascino del misterioso straniero, si uniscono come muschio e lichene,
sono in simbiosi. Ognuno vorrebbe essere l'altro. Uno vorrebbe imparare
a sparare e a vivere il rischio, l'altro vorrebbe essere colto e vivere
tranquillo. Solo la morte però riuscirà a farli vivere come
veramente desiderano.
L'uomo del treno è il destino. O forse è la morte (quella
dei tarocchi però, cioè cambiamento non fine della vita).
O forse è proprio un uomo in carne ed ossa. Chissà
L'unica
cosa certa è che Jean Rochefort è e resterà sempre
un mito! Per tre quarti di film non si riesce a smettere di ridere, è
veramente trascinante, quello che fa, quello che dice e come lo dice!
Memorabili i racconti della commessa del panificio, della ragazza del
cinema Roxy e di Wyatt Earp. Perfino Johnny Hallyday nelle mani di Leconte
riesce ad essere in parte. In concorso al Festival di Venezia 2002, non
ha purtroppo ricevuto nessun riconoscimento. Speriamo che almeno il pubblico
si accorga di questo gioiellino e ripaghi Leconte con il successo al botteghino.
Marco Catola
Intervista a Patrice Leconte
a cura di Simona Ottavo
Quanta
gente vorrebbe scambiare la propria vita con quella di qualcun altro?
Arrivati a un certo stadio della vita capita a tutti. Forse io sono l'unico
che non ha mai desiderato avere una vita diversa e fare un altro lavoro.
Fare film è un modo per cambiare sempre vita.
I suoi personaggi sembrano quasi fuori dal tempo. Che valore ha esso
per lei?
Quello che mi interessa nei film è essere fuori dal tempo reale,
come sospesi. Anche in questo film si ha l'impressione che il tempo si
fermi. In fondo girare durante due mesi un film che si svolge nell'arco
di pochi giorni fa dilatare il tempo.
Per realizzare questo film è partito dagli attori
Mi era già capitato in passato. Per questo film è stato
Johnny Hallyday che ha voluto essere diretto da me. Dopo aver avuto anche
la disponibilità di Jean Rochefort io e lo sceneggiatore Claude
Klotz abbiamo pensato a una storia a misura per loro.
Per quali altri film precedenti ha lavorato in questo modo?
Per "La ragazza sul ponte": io e lo sceneggiatore avevamo una
foto in bianco e nero di Vanessa Paradis e la guardavamo per cercare l'ispirazione.
Ci parli della scelta della colonna sonora con due temi contrapposti.
Ho cercato di contrapporre in tutti i modi i diversi mondi dei due personaggi,
anche con la musica, usando un tema classico per la figura del professor
Manesquier e uno rock per il personaggio di Milan. Ma se ci si fa caso
si può notare che i due sono contrapposti anche grazie all'uso
del colore, blu per il primo e ocra per il secondo.
"L'uomo del treno" sembra quasi un western alla francese
Mentre lo scrivevamo non sembrava, ma appena abbiamo cominciato a girare
è sembrato proprio così. Questo si deve soprattutto a Johnny
Hallyday e alla sua fisicità. Quando scende dal treno nella piccola
stazione di provincia, vestito con il suo giubbotto di pelle, fa senz'altro
venire in mente la scena di un western.
Il fatto di partire dagli attori non la fa sentire condizionato?
Non credo. La mia ispirazione, anzi, viene moltiplicata.
I suoi film sembrano essere zen, essenziali. Nella vita ha incontrato
questa filosofia?
No, ma ho sempre cercato di mantenere l'essenzialità, unita alla
commozione che i personaggi ispirano. Ci vuole un equilibrio tra le due
cose.
A quali registi si ispira?
Mi rifaccio agli anni '40, soprattutto a Renoir. E' quello il cinema che
amo, con belle sceneggiature e grandi interpreti. Tra i registi di oggi
apprezzo molto Luc Besson, è un talento formidabile. Non amo il
cinema intellettuale, preferisco parlare al cuore più che al cervello.
A che genere di film appartiene "L'uomo del treno?"
Nasce come una commedia, l'incontro tra i due, così diversi, è
sicuramente divertente. Ma al di là del divertimento mi piace che
ci sia commozione.
Nella descrizione della tranquilla provincia francese lei sembra avere
un debito estetico con Georges Simenon. Ma cosa pensa della provincia
francese di oggi, con la sua criminalità?
Amo molto Simenon, anche nel titolo di questo film c'è un involontario
omaggio verso di lui. Non posso considerare negativa la vita della provincia,
io abito a Parigi e lì c'è molta più criminalità.
Se non avesse fatto il regista quale altro mestiere avrebbe voluto
fare?
Il pittore, per la libertà di organizzarsi il lavoro.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Sto lavorando al mio nuovo film. E' la storia di una donna che va da uno
psicologo ma sbaglia porta e così si ritrova a parlare della sua
vita con un perfetto estraneo che, imbarazzato, non riesce a dirle la
verità. Anche in questo caso si tratta di una commedia.
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