L'UOMO DEL TRENO

Regia: Patrice Leconte
Cast: Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Jean-François Stevenin, Charlie Nelson
Sceneggiatura: Claude Klotz
Fotografia: Jean-Marie Breujon
Origine: Francia, 2002
Durata: 90'
Sito: www.mikado.it

 


Leconte fa incontrare due uomini: uno è un avventuriero fuorilegge, silenzioso e non più giovane, appena arrivato col treno, l'altro è un vecchio professore di francese in pensione dalla parlantina facile e dai modi gentili. Niente li accomuna, eppure le loro vite si incrociano. I due diventano più che amici, (sono quasi le due facce di una stessa medaglia), vuoi per la simpatia coinvolgente del professore, vuoi per il fascino del misterioso straniero, si uniscono come muschio e lichene, sono in simbiosi. Ognuno vorrebbe essere l'altro. Uno vorrebbe imparare a sparare e a vivere il rischio, l'altro vorrebbe essere colto e vivere tranquillo. Solo la morte però riuscirà a farli vivere come veramente desiderano.
L'uomo del treno è il destino. O forse è la morte (quella dei tarocchi però, cioè cambiamento non fine della vita). O forse è proprio un uomo in carne ed ossa. Chissà…L'unica cosa certa è che Jean Rochefort è e resterà sempre un mito! Per tre quarti di film non si riesce a smettere di ridere, è veramente trascinante, quello che fa, quello che dice e come lo dice! Memorabili i racconti della commessa del panificio, della ragazza del cinema Roxy e di Wyatt Earp. Perfino Johnny Hallyday nelle mani di Leconte riesce ad essere in parte. In concorso al Festival di Venezia 2002, non ha purtroppo ricevuto nessun riconoscimento. Speriamo che almeno il pubblico si accorga di questo gioiellino e ripaghi Leconte con il successo al botteghino.

Marco Catola


Intervista a Patrice Leconte

a cura di Simona Ottavo

Quanta gente vorrebbe scambiare la propria vita con quella di qualcun altro?
Arrivati a un certo stadio della vita capita a tutti. Forse io sono l'unico che non ha mai desiderato avere una vita diversa e fare un altro lavoro. Fare film è un modo per cambiare sempre vita.
I suoi personaggi sembrano quasi fuori dal tempo. Che valore ha esso per lei?
Quello che mi interessa nei film è essere fuori dal tempo reale, come sospesi. Anche in questo film si ha l'impressione che il tempo si fermi. In fondo girare durante due mesi un film che si svolge nell'arco di pochi giorni fa dilatare il tempo.
Per realizzare questo film è partito dagli attori…
Mi era già capitato in passato. Per questo film è stato Johnny Hallyday che ha voluto essere diretto da me. Dopo aver avuto anche la disponibilità di Jean Rochefort io e lo sceneggiatore Claude Klotz abbiamo pensato a una storia a misura per loro.
Per quali altri film precedenti ha lavorato in questo modo?
Per "La ragazza sul ponte": io e lo sceneggiatore avevamo una foto in bianco e nero di Vanessa Paradis e la guardavamo per cercare l'ispirazione.
Ci parli della scelta della colonna sonora con due temi contrapposti.
Ho cercato di contrapporre in tutti i modi i diversi mondi dei due personaggi, anche con la musica, usando un tema classico per la figura del professor Manesquier e uno rock per il personaggio di Milan. Ma se ci si fa caso si può notare che i due sono contrapposti anche grazie all'uso del colore, blu per il primo e ocra per il secondo.
"L'uomo del treno" sembra quasi un western alla francese…
Mentre lo scrivevamo non sembrava, ma appena abbiamo cominciato a girare è sembrato proprio così. Questo si deve soprattutto a Johnny Hallyday e alla sua fisicità. Quando scende dal treno nella piccola stazione di provincia, vestito con il suo giubbotto di pelle, fa senz'altro venire in mente la scena di un western.
Il fatto di partire dagli attori non la fa sentire condizionato?
Non credo. La mia ispirazione, anzi, viene moltiplicata.
I suoi film sembrano essere zen, essenziali. Nella vita ha incontrato questa filosofia?
No, ma ho sempre cercato di mantenere l'essenzialità, unita alla commozione che i personaggi ispirano. Ci vuole un equilibrio tra le due cose.
A quali registi si ispira?
Mi rifaccio agli anni '40, soprattutto a Renoir. E' quello il cinema che amo, con belle sceneggiature e grandi interpreti. Tra i registi di oggi apprezzo molto Luc Besson, è un talento formidabile. Non amo il cinema intellettuale, preferisco parlare al cuore più che al cervello.
A che genere di film appartiene "L'uomo del treno?"
Nasce come una commedia, l'incontro tra i due, così diversi, è sicuramente divertente. Ma al di là del divertimento mi piace che ci sia commozione.
Nella descrizione della tranquilla provincia francese lei sembra avere un debito estetico con Georges Simenon. Ma cosa pensa della provincia francese di oggi, con la sua criminalità?
Amo molto Simenon, anche nel titolo di questo film c'è un involontario omaggio verso di lui. Non posso considerare negativa la vita della provincia, io abito a Parigi e lì c'è molta più criminalità.
Se non avesse fatto il regista quale altro mestiere avrebbe voluto fare?
Il pittore, per la libertà di organizzarsi il lavoro.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Sto lavorando al mio nuovo film. E' la storia di una donna che va da uno psicologo ma sbaglia porta e così si ritrova a parlare della sua vita con un perfetto estraneo che, imbarazzato, non riesce a dirle la verità. Anche in questo caso si tratta di una commedia.