L'uomo in più

Regia:Paolo Sorrentino
Interpreti:Toni Servillo, Andrea Renzi
Origine: Italia, 2001

Antonio Pisapia, detto Tony, e' un cantante di musica leggera. Ha un omonimo, di qualche anno più' giovane di lui, che di professione e' calciatore. I due hanno caratteri opposti: il primo e' uno sbruffone, cinico ed egocentrico, mentre l'altro e' timido, umile e scontroso. A tutti e due gli anni '80 promettono ricchezza, successo e grandi emozioni; ma la fortuna durerà' poco. Tony seduce una ragazzina e viene accusato di stupro. Dopo aver fatto qualificare la sua squadra per la Coppa Uefa, in un allenamento Antonio si rompe i legamenti e deve rinunciare alla carriera. Prende il tesserino da allenatore, ma nel mondo del calcio per lui sembra non esserci più' posto. Un giorno i destini dei due uomini s'incrociano: la resa dell'uno finirà' per essere il riscatto dell'altro.

Transitato come una meteora all'ultimo Festival di Venezia e subito uscito in sala (e "bruciato" come accade a tutte le pellicole settembrine, senza promozione e senza investimenti) "L'uomo in più'" e' uno di quei film tipicamente invisibili, piaciuto a tutti, ma che per un motivo o per l'altro non e' balzato agli onori delle cronache e che finirà' nel purgatorio del cinema italiano, abbandonato dai suoi spettatori. Eppure c'e' ben più' di un motivo per adorare questa pellicola diretta dall'esordiente Paolo Sorrentino (al suo attivo solo un corto e qualche sceneggiatura), come per esempio i protagonisti, davvero perfetti, Toni Servillo e Andrea Renzi, in grado da soli di reggere il film anche nei suoi passaggi più' deboli, volti / maschere della tragedia italiana. Sono loro i due simboli che Sorrentino utilizza per di/spiegare il transito del nostro paese nella decade più' discussa e più' vituperata del secolo, quella degli ottanta. Servillo Pisapia e' cinico, spietato, viveur e stronzo cosi' perfettamente craxiano quanto Renzi Pisapia e' timido, goffo, impacciato e anche un poco paranoico, cosi' splendidamente comunista berlingueriano.Un film di attori e un film di luoghi, fotografati con una luce fredda e cupa che rende Napoli sgradevole almeno quanto la Milano da bere, con una tensione dell'apparenza nascosta eppure viva, presente. Una cultura del possesso e del successo che transita per paradigmi diversi dal Rolex/Ferrari eppure maligna sempre, silenziosa, acquattata nell'ombra, che gioca con gli uomini disperati e li divora. Come finisce il film non sto a dirlo, se non per segnalare che il vero finale e' il primo, e non il secondo, aggiunta di postproduzione, segnatamente hollywoodiana.

Dario Morgante