Sembra di entrare in una dimensione alternativa mentre si assiste alle immagini e ai sogni del protagonista di Valzer con Bashir, ovvero il regista stesso, Ari Folman, un uomo che ha rimosso i momenti salienti della sua partecipazione come soldato israeliano al conflitto in Libano nel 1982. È attraverso la sua ricerca di quei momenti "perduti" che lo spettatore esce dal limbo per prendere coscienza, pian piano, della realtà di una dolorosa pagina della storia politica mediorientale.
Contrasti tra realtà e sogno ci permettono di assistere ad un film che fa dell'animazione un mezzo tramite il quale esprimere in maniera dissacrante quella realtà dimenticata anche dalla Storia: la strage di Sabra e Shatila, nella quale i falangisti cristiani, con la complicità dell'esercito israeliano, uccisero oltre tremila palestinesi, compresi donne e bambini, per vendicare l'omicidio dell'idolatrato presidente libanese Bashir Gemayel.
Costruito con lo stile documentaristico tipico della sua formazione, Folman interroga se stesso e molti di coloro che in quel terribile 1982 assistettero al massacro. Allo stesso tempo, però, la pellicola è piena di momenti onirici (da antologia la sequenza iniziale del sogno sui cani e le immagini sui cavalli morenti), nei quali si rivela inoltre la complessa conoscenza sia della psicologia umana (non a caso il regista è autore della serie israeliana Be Tipul sulla terapia psicanalitica, alla base del remake della serie statunitense della HBO In Treatment), che delle sofferenze di un conflitto che dopo decenni si trascina ancora, rendendo, così, Valzer con Bashir tristemente attuale e reale.
L'opera di Folman è intrisa di interessanti e splendide intuizioni narrative e linguistiche di differenti origini che si mescolano in maniera brillante e, in un paio di momenti, persino geniale. Senza accorgersene si passa dal film psicologico al film di guerra, mentre evidenti sono i riferimenti alla cultura pacifista di quegli anni, a cominciare da Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, tanto per fare l'esempio più illustre e popolare. Non manca un interessante analisi dello spaccato della vita dei reduci e del loro posto nella contemporaneità del tempo. Infatti, appare ancora più alienante per loro tornare in licenza in un mondo che di quel conflitto non se ne è quasi nemmeno accorto e che continua a vivere la propria vita senza alcun interesse nei confronti delle atrocità commesse a pochi chilometri di distanza. In fondo, solo vedendo con i propri occhi si capisce veramente cosa è un conflitto o una strage insensata come quella di Sabra e Shatila.
Folman, grazie all'aiuto dell'animatore David Polonsky e dell'animatore Yoni Goodman, costruisce un fondale animato (in modo tradizionale, Flash e in 3D) apparentemente distaccato, a tratti privo di coinvolgimenti, nel quale emerge un prodotto raffinato e cool molto formalista. In realtà è tutto il contrario. È una sorta di arma dietro la quale nasconde toni cupi e frastagliati in un ambiente fatto di luci e ombre, ma soprattutto di profonda tristezza, respirata in ogni singolo fotogramma, che sembra urlare: "La guerra non ha senso, qualsiasi ragione si adduca ad essa". Si può analizzare qualsiasi angolazione di Valzer con Bashir per ore, ma in sostanza il succo del discorso è proprio questo. Inoltre, le ultime immagini reali e dolorose, volutamente disturbanti, non più animate, lo spiegano ampiamente e sottolineano questa tesi. Dopo averlo visto, affiora una consapevolezza dolente la cui complessità si acquisisce lentamente nel tempo. È il candidato israeliano ai prossimi Oscar: sarebbe un delitto se non rientrasse nella cinquina.
Erminio Fischetti