WILD SIDE

Regia: Sébastien Lifschitz
Sceneggiatura: Sébastien Lifschitz, Stéphane Bouquet
Cast: Stéphanie Michelini, Yasmine Belmadi, Edouard Nikitine, Josiane Stoléru, Antony Hegarty, Benoît Verhaert
Fotografia: Agnès Godard
Montaggio: Stéphanie Mahet
Scenografia: Véronique Melery, Roseanna Sacco
Musica: Jocelyn Pook
Origine: Francia/Belgio/Gran Bretagna, 2004
Durata: 94'



Vi ricordate il malinconico e audace "Quasi niente"? Era uscito due anni fa (più o meno nello stesso periodo e con lo stesso trattamento!) e aveva beccato il divieto ai minori per le scene esplicite (neanche poi tanto) di sesso tra Stephane Rideau e Jérémie Elkaïm. Il regista, Sebastien Lifschitz, torna alla carica (e aggiungerei finalmente) con "Wild side", un altro film forte, intenso, a tratti forse un po' forzato, ma davvero invidiabile (e parlo da italiano) per la sua lucida e cruda visione di realtà marginali, di mondi a parte, di vite al limite.
Come in "Quasi niente" anche qui è la malattia della madre che trascina i protagonisti ad una summa della propria interiorità (in "Quasi niente" era una indefinibile depressione, qui un'altrettanto indefinibile malattia terminale) e anche qui quasi niente ci viene raccontato (scusate il gioco di parole).
Stephanie, giovane transessuale parigino, si divide tra la inevitabile vita da marciapiede e il menage à trois con un magrebino che si prostituisce nei cessi pubblici e un extracomunitario russo disertore della guerra in Cecenia. La morte della madre la porterà a guardare dentro di sé e a rivedere una volta per tutte la propria vita.
Il cinema di Lifschitz è più che mai cinema del silenzio. Le immagini parlano da sole. Ma niente viene spiegato. E'un cinema "altruista" il suo. Cinema per gli altri, non per sé. Aperto all'interpretazione altrui. Non interessa risalire alle ragioni scatenanti di un modo di essere, non interessa chiarire, non interessa il punto di vista eziologico delle cose. Interessa semmai suggerire. E lasciare libertà di vedere. In questo senso è cinema altruista. Tutto è nelle mani dello spettatore. Anzi negli occhi dello spettatore. L'occhio dei protagonisti si sovrappone a quello dello spettatore. Il loro sguardo è il nostro. Ma non il loro sentire. Perché il film in questo resta un po' troppo algido, asettico, antiemozionale.
Attraverso piani temporali differenti (flashback che si mescolano repentinamente al presente), solo le immagini logorroiche riescono forse (ma non è detto) a ricomporre i mille pezzi di una vita. Anzi di tre. Ma alla fine non è poi così importante. Che cosa è il madornale tempo con la sua inestinguibile pesantezza rispetto ad un attimo, ad uno sguardo, ad un ricordo?

Marco Catola